APPUNTAMENTO AL CINEMA – PARTE II

Grazie alla mitica Gemini ho potuto generare i “trailer” dei miei bimbi di carta, che per l’occasione si sono trasformati in film! Riuscite a indovinarli senza che vi dica i titoli? 😉

Vorrei tanto generare anche il trailer degli altri, ma ahimè la versione di base di Gemini non lo permette! 🥺

RC DRIFT ROMANCE: UNA SCELTA DI NICCHIA

L’ho già scritto da altre parti, scusate se mi ripeto: negli ultimi due anni ci sono TROPPI, ma dico TROPPI romance con il mondo dell’automobilismo a fare da sfondo. Formula 1, Formula 2 e NASCAR, dall’essere completamente assenti dai setting delle storie romantiche, sono diventati ormai onnipresenti. Così, quando mi sono ritrovata a scegliere l’ambientazione di un romanzo a tema motoristico, ho pensato che fosse doveroso cercare qualcosa di davvero originale.

Parlando in termini generici di sport romance, nell’autunno 2021 avevo iniziato ad abbozzare un progetto di una storia ambientata nel mondo della kickboxing; non so come mi fosse venuta l’idea, forse perché nel mio paese aveva da poco aperto una palestra dove le discipline da combattimento la fanno da padrone, ma sta di fatto che, non essendone appassionata, ben presto la storia scivolò nel dimenticatoio. Ad oggi ne sopravvivono solo alcuni frammenti nelle note del mio smartphone, dall’eloquente titolo Due Cuori e Un Ring (vi suona familiare?); si trattava del più classico dei romance New Adult, con la protagonista, l’americana Melissa (immagino che anche il nome e la nazionalità non vi risultino del tutto nuovi…), che partiva alla volta di Osaka per seguire il prestigioso torneo di kickboxing K1 e aveva un incontro-scontro con un atleta corrispondente allo stereotipo del bel tenebroso (proprio come qualcun altro di vostra conoscenza, no?)

Come per molte altre persone, il mio primo incontro con il drifting (quello con le auto vere) fu nel tardo 2010 grazie al manga e anime Initial D, con quelle auto dal design curatissimo (tenete conto che l’anime risale al 1998) e quella leggendaria colonna sonora afferente al genere Eurobeat (vi dicono niente Space Boy, Running in the 90s, Deja Vu, No One Sleep in Tokyo, Night of Fire e Chemical Love?) Il capolavoro di Shuichi Shigeno mi tenne compagnia per tutta la terza media, trascorsi serate memorabili in compagnia di Takumi, Itsuki, i fratelli Ryosuke e Keisuke Takahashi, Iketani, Mako, Sayuki e più ne ha più ne metta.

Nell’estate dello scorso anno, girovagando per il web, scoprii per caso dell’esistenza di una versione “in miniatura” del drifting, ancora poco conosciuta in Italia, e fu così che mi venne l’intuizione del secolo: scriverò un romance a base di RC Drift! Mi ricordai di quel vecchio progetto abbandonato nei meandri del mio telefono, e in breve tempo Due Cuori e Un Ring divenne Due Cuori in Drift. Ai guantoni sostituii il radiocomando, ai colpi di arti marziali sostituii le sgommate e le derapate dei modellini. Come già riportato, si tratta ad oggi dell’unica opera di finzione su questa tematica, e ciò mi ha portata a mettermi in contatto, tramite Instagram, con alcune persone che lo praticano anche a livello agonistico girando l’Italia e l’Europa per le gare. Alcuni di loro hanno acquistato e letto la storia d’amore tra Melissa e Hayden, e il riscontro è stato positivo.

Il dubbio più grande che avevo era sul target di riferimento: gli appassionati di RC Drift italiani sono quasi tutti uomini e pertanto, in linea generale, poco interessati alla narrativa rosa; mutatis mutandis, le donne che leggono romance tendenzialmente non si interessano a questi campi, o non li conoscono proprio. Ebbene, finora Due Cuori in Drift è stato letto e recensito per la maggior parte da uomini (gli RC Drifters citati poco sopra) e ciò ha ribaltato del tutto le mie aspettative!

Sinceramente sono più che soddisfatta di essere riuscita a creare un’opera di narrativa partendo da un’attività così poco conosciuta, posso dire di essere stata “esploratrice” e “pioniera”, mossa da una curiosità e da una voglia di “rompere le convenzioni” che ogni autore dovrebbe avere!

Voi avete letto Due Cuori in Drift? Vi piacerebbe leggere altri romanzi su questo tema?

CRONACA NERA E FINZIONE: SI POSSONO INCONTRARE?

In questi giorni è arrivata l’ufficialità: il 5 novembre uscirà nelle sale italiane Se Domani Non Torno, ispirato al femminicidio di Giulia Cecchettin e ripreso dal libro Cara Giulia, scritto dal padre Gino. Non è mia intenzione parlare del suddetto caso di cronaca, quanto accaduto è ormai noto a tutti, bensì soffermarmi su alcuni aspetti.

La notizia è stata accolta, come spesso accade, con reazioni di vario genere. Qualcuno dice che, se si realizza un film sul caso Cecchettin, allora per coerenza e par condicio bisognerebbe portare sul grande schermo anche altri femminicidi, come quello di Giulia Tramontano, Sara Campanella o Saman Abbas, così come altri casi di cronaca nera come quello di Pamela Mastropietro, Chiara Poggi, Meredith Kercher, Serena Mollicone, Samuele Lorenzi (Cogne) e il piccolo Tommaso Onofri.

Lo dico subito, senza troppi giri di parole: ritengo che sia impossibile realizzare opere di fantasia, siano esse filmiche o letterarie, su ogni singolo caso di cronaca nera che giunge a noi. Il primo rischio è quello di una saturazione del genere e di una svalutazione di queste vicende, che verrebbero progressivamente considerate solo come materiale per nuove narrazioni e non come tragedie umane, dietro ciascuna delle quali c’è una famiglia che soffre e che vive un dolore incancellabile. Il secondo rischio è che questi film o romanzi possano diventare “fini a sé stessi”, scadendo nell’eccessiva morbosità o addirittura voyeurismo e non trasmettendo alcun messaggio costruttivo. Ricordo ancora le polemiche sulla fiction di Canale 5 Il Capo dei Capi, accusata di “romanticizzare” la figura di Totò Riina, o quelle sulla serie di Disney+ Avetrana-Qui non è Hollywood, ispirata al delitto di Sarah Scazzi, che portò il sindaco della cittadina pugliese a chiedere di togliere il nome del luogo dal titolo.

È proprio qui che volevo arrivare: un’opera di finzione basata su un caso di cronaca può essere utile se può servire a sensibilizzare su una problematica importante, come il femminicidio in Se Domani Non Torno, o il bullismo in Il Ragazzo con i Pantaloni Rosa, storia di Andrea Spezzacatena, il 15enne suicidatosi nel 2012 dopo essere stato vittima delle cattiverie dei compagni di classe. In altri casi invece il protagonista del fatto è il punto di partenza per trattare un tema particolare ad esso collegato. Penso a Yara di Marco Tullio Giordana, che invece di raccontare la quotidianità della tredicenne brembatese racconta la particolare indagine basata sull’analisi di campioni di DNA, a tutt’oggi un unicum nella storia investigativa. Bella Addormentata di Marco Bellocchio non mostra Eluana Englaro in stato vegetativo, ma racconta le vicende di alcuni personaggi di finzione nei giorni in cui il dibattito sul fine vita era alle stelle. Alfredino-Una Storia Italiana, serie realizzata con la collaborazione della famiglia Rampi, non mostra il bambino laziale intrappolato nel pozzo artesiano, ma prende spunto dal tragico incidente di Vermicino per raccontare la nascita della Protezione Civile, voluta da Sandro Pertini nei mesi immediatamente successivi alla vicenda.

Riguardo le vicende con protagonisti bambini è importante fare una precisazione: nel cinema italiano vige una regola deontologica non scritta per cui è considerato inopportuno mostrare omicidi, rapimenti e altri reati compiuti contro di loro, proprio per una questione di tutela della loro immagine e della sensibilità del pubblico. È questa la ragione per cui si è sempre evitato di realizzare film o serie televisive ispirati al caso di Cogne o del “piccolo Tommy”, optando sempre per opere di taglio documentaristico e non di narrativa “romanzata”.

Particolarmente interessante è il caso di L’Inferno Avrà I Tuoi Occhi, romanzo d’esordio della chiavennasca Silvia Montemurro, classe 1987 e quindi tredicenne all’epoca dell’omicidio di Suor Maria Laura Mainetti. Non si tratta di un romanzo giallo nel senso classico del termine, essendo l’esito della vicenda già noto a tutti, bensì un romanzo semi-autobiografico basato sui ricordi e sul vissuto dell’autrice. I nomi dei protagonisti sono stati tutti modificati, per non dire addirittura cambiati: Suor Maria Laura diventa Suor Maria Pia, le tre colpevoli, Ambra, Veronica e Milena, diventano Elena, Vanessa e Samantha. Oggi il nome di Suor Mainetti non appartiene più alla narrazione della cronaca nera, ma a quella della Chiesa: nel 2021, ventun anni dopo l’omicidio, Papa Francesco l’ha proclamata beata.

In un particolare caso si è scelto di non distribuire il film nei cinema ma di riservarlo al circuito dell’home video e dello streaming sul web: si tratta di Cercando Maria, film del 2012 ispirato alla vicenda della bambina bielorussa contesa tra la famiglia di Cogoleto che ogni estate la ospitava e che desiderava adottarla e il suo Paese d’origine, accaduta nell’autunno 2006. Non si tratta di un caso di “cronaca nera” nel senso più comune del termine, ma si tratta pur sempre di una vicenda riguardante una persona all’epoca dei fatti minorenne che aveva portato a una crisi diplomatica tra due nazioni, qualcosa di delicato da trattare quindi con un certo tatto e non da “dare in pasto” al pubblico generalista, la cui reazione sarebbe potuta essere imprevedibile. Ad oggi, Cercando Maria rimane introvabile, anzi, può essere considerato un film perduto.

Una vicenda per cui a quella cinematografica o romanzesca si è preferita la strada del progetto educativo è quella di Kristel Marcarini, la 19enne di Clusone, giovane promessa dello sci italiano, morta nel 2008 per aver assunto mezza pasticca di ecstasy durante una serata in discoteca. Il giornalista Luca Pagliari, già autore del libro Kristel-Il Silenzio Dopo La Neve, in collaborazione con la famiglia della ragazza e il Rotary Club ha ideato un progetto teatrale e multimediale che gira per le scuole e le biblioteche d’Italia. Alle scenografie tipiche della fiction si sostituiscono immagini della vera cameretta di Kristel, al posto della recitazione attoriale si è scelto di mostrare interviste agli amici della giovane e la ricostruzione delle sue ultime parole. In questo modo i giovani spettatori non vedono una “storia”, ma un fatto realmente accaduto a una loro coetanea, qualcosa che potrebbe riguardare anche loro.

Sì, perché non si sta parlando di vicende accadute in tempo di guerra o in altre epoche storiche, che attivano in noi una distanza di sicurezza emotiva che ci porta a percepirle come parte di un mondo “altro”, distante dalla nostra realtà. Questi casi di cronaca avvengono in scenari non dissimili da quelli in cui svolgiamo le nostre mansioni quotidiane: scuole di provincia, villette a schiera, passeggiate nel parco, chat su WhatsApp. I protagonisti vestono come noi, seguono i nostri stessi programmi televisivi, usano i nostri stessi social. Non sono “personaggi”, ma persone tanto quanto “noi”. Qui ci si ricollega al rischio di saturazione del genere citato in precedenza, che potrebbe portare a “normalizzare” dinamiche criminali o tossiche, facendo credere che siano parte della normale vita quotidiana e non devianze assolutamente intollerabili.

Il cinema e la letteratura hanno un potere immenso, e la rappresentazione di casi di cronaca nera deve essere realizzata con delicatezza, senza indugiare su particolari troppo macabri e tenendo conto della sensibilità della famiglia di chi ne è stato vittima. Prendere spunto da una vicenda per trasmettere messaggi di carattere sociale è legittimo, spettacolarizzare il dolore no.

CAMMINANDO PER SARAJEVO CON… ANTE!

Un giorno di primavera 2007, quando non ero che una scolaretta di quarta elementare, mio nonno materno mi fece salire sulla sua auto e partimmo alla volta del centro commerciale “Torri Bianche” di Vimercate. Varcammo la soglia della libreria Mondadori, uno dei luoghi da me più amati in assoluto, e tra uno scaffale e un espositore il mio sguardo fu catturato da un nome di cui avevo appreso l’esistenza nel contesto scolastico: Zlata Filipovic, ragazzina sarajevita il cui diario nell’arco di pochi mesi sarebbe passato dall’essere un contenitore di vicende quotidiane comuni ad ogni bambino e adolescente a un vero e proprio memoriale di guerra.

Dallo scaffale della Mondadori alla mia cameretta il passo fu breve, e da allora non conto più le volte in cui lo presi in mano anche solo per rileggere qualche frase o passaggio che mi era rimasto particolarmente impresso. In quel periodo avevo letto anche il Diario di Anna Frank, a cui spesso quello di Zlata viene paragonato. Devo ammettere che, per quanto entrambi i memoriali mi abbiano colpita, quello ambientato a Sarajevo rimane quello per cui ebbi un maggiore coinvolgimento emotivo. Il motivo è facilmente comprensibile: la vicinanza nel tempo e la grande presenza di elementi di cultura pop contemporanea, in quanto Zlata trascorre i pomeriggi guardando MTV e Willy il Principe di Bel Air, ascolta le canzoni di Madonna e Michael Jackson, gioca con le Barbie. Ricordo che leggendo pensavo: sono io, potrei essere io, fa le stesse cose che faccio io. Ora Zlata vive a Dublino, si è affermata come regista di cortometraggi e di tanto in tanto porta la testimonianza di quello che ha vissuto, collaborando anche con l’ONU e l’UNICEF; fu proprio il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite a “scoprire” gli scritti della ragazzina di Sarajevo e a pubblicarli per primo.

Il mio desiderio di scrivere un romanzo ambientato lì si è concretizzato in “I Gigli di Sarajevo“. Bene, siete pronti a scoprire la “Gerusalemme d’Europa” in compagnia di Ante e dei suoi compagni di Bjelave?

Partiamo da quella che per molti anni è la loro casa, l’Orfanotrofio di Bjelave, tuttora attivo ma sotto la denominazione di “casa famiglia”. Qui i nostri piccoli protagonisti hanno vissuto le loro prime esperienze, hanno ascoltato le lezioni, guardato i cartoni animati, giocato a calcio nel cortile, da qui sono partiti alla volta delle loro nuove case e qui dopo anni hanno fatto ritorno ritrovando un edificio abbastanza diverso da come l’avevano lasciato, con nuovi bambini a cui hanno passato il testimone.

Un luogo della memoria, il luogo dove il 5 aprile 1992 partì il primo proiettile di una lunga serie, uccidendo Suada Dilberovic e Olga Sucic, le prime due vittime dell’Assedio di Sarajevo, alle quali oggi il ponte è intitolato. Nove anni dopo, Ante e i suoi amici prendono parte a una cerimonia di commemorazione in onore delle due sfortunate donne, rendendo loro omaggio con un mazzo di candidi gigli.

Qui non riposano soldati, ma sogni interrotti“, dice una delle tutrici mentre i suoi protetti, sotto il suo vigile occhio, camminano tra le lapidi leggendo nomi accomunati dalle stesse date di morte. Qui riposa la gente di Sarajevo, o meglio, la gente di Sarajevo che ebbe la sfortuna di trovarsi al Markale, sulla Bascarsija o in casa propria mentre le bombe cadevano sulla città. Croci cristiane, tanto cattoliche quanto ortodosse, e mezzalune islamiche si alternano tra il bianco delle lapidi.

L’iconico cuore pulsante della vita quotidiana sarajevita, un bazar ottomano trapiantato tra le montagne, simbolo della rinascita della città dopo gli anni bui. Non molto lontano da qui, i ragazzi si ritrovano per la loro prima cena insieme dopo aver trascorso lunghi anni lontani l’uno dall’altro, e il piatto non possono che essere i cevapcici, le deliziose polpette di carne speziata simbolo della cucina balcanica, nate proprio in Bosnia.

Nessuno potrà mai cancellare dalla mente le immagini del terribile rogo del 26 agosto 1992 che condannò a morte un intero e irripetibile patrimonio letterario, così come la celebre foto del violoncellista Vedran Smailovic che suonava tra le macerie. Ma la Vijecnica ha saputo rinascere dalle sue ceneri proprio come la mitologica fenice, e i ragazzi di Bjelave hanno voluto affidare proprio a lei la loro volontà di non dimenticare, grazie all’invito a una serata organizzata dalle autorità cittadine. Ante, Ana e gli altri raccontano la loro vita non per suscitare lacrime facili con la storia dei “bambini orfani”, ma parlano di memoria, accettazione, impegno per la pace, e concludono la serata con il dono di mazzi di gigli bianchi.

Ho scelto di lasciare per ultima la Moschea di Huzrev-Beg, la più importante di Sarajevo e la più grande dei Balcani, perché fa da sfondo a uno dei passaggi più commoventi del romanzo. Emira, una delle ragazze di fede musulmana, proprio qui rivolge una profonda e toccante preghiera ad Allah, chiedendogli di proteggere i bambini che ancora non hanno una famiglia e che possano essere accolti al più presto da chi possa aprire loro non solo la propria casa, ma anche il proprio cuore.

Ovviamente questa è solo una minuscola parte dei luoghi che Sarajevo ha da offrire, anche in questo caso non ho pretese di esaustività; ho voluto solo farvi camminare sulle orme di un gruppo di giovani che, pur se nati in un contesto incerto e complesso, sono riusciti a fare della loro vita una missione positiva.

E voi avete mai visitato Sarajevo? Che emozioni vi ha suscitato? E, se non ci siete ancora stati, avete intenzione di “conoscerla di persona”?

PER I VICOLI DI SEBENICO CON… DANIJELA!

Negli ultimi anni, durante i periodi vacanzieri, capita sempre più spesso di sentire o leggere il termine overtourism, che indica un numero di visitatori superiore alle capacità di una determinata località. In contrasto a ciò, su alcuni social media si è diffuso il trend delle dupe destinations, destinazioni simili proposte come alternative a quelle più note e affollate. Alcuni esempi? Lione al posto di Parigi, Manchester al posto di Londra, Chicago al posto di New York, Chioggia o Comacchio al posto di Venezia, Sebenico al posto di Dubrovnik.

Ed è proprio su quest’ultima dupe che è ricaduta la mia scelta per la città natale di Danijela, colei che per Annalisa è molto più di un’insegnante di lingua croata, molto più di un’amica; è colei che riesce a farle ascoltare la sua voce interiore e che inconsapevolmente la traghetta verso l’amore della sua vita.

Il primo luogo di cui Annalisa fa la conoscenza nella città della Dalmazia centrale che ha dato i natali alla sua insegnante non poteva che essere la Cattedrale di San Giacomo, sede del vescovo e più importante luogo di culto rinascimentale della Croazia. Qui Danijela era stata battezzata e andava a Messa da bambina, qui Annalisa accende una candela la cui luce illuminerà il suo percorso.

Dall’alto della Fortezza di San Michele si ammira un panorama mozzafiato sulla città; se si è fortunati, nelle giornate limpide è possibile vedere in lontananza Zara e le isole. Fu qui che molti anni or sono il padre di Danijela chiese all’allora fidanzata di sposarlo, suggellando la promessa d’eterno amore con l’anello che nel romanzo gioca un ruolo di cruciale importanza. Anche Annalisa, che crede nel vero amore, sogna di vivere un momento magico come quello, e sa che i suoi sogni diventeranno realtà.

Tra i vicoli scorre la vita passata, presente e futura. Queste pietre del passato hanno visto la morte e la rinascita, la guerra e la pace. Qui Danijela ha camminato con i genitori e con la sorella Lilijana, con gli amici e con il suo grande amore Andrej, qui ha avuto il suo primo, traumatico incontro con il conflitto che dal 1991 ha insanguinato la sua terra, qui racconta ad Annalisa dettagli della sua vita che le mura di casa non potranno mai rendere al meglio. Anni dopo, la nostra protagonista cammina fianco a fianco di Alen, figlio di una generazione a cui spetta il compito di andare avanti e tagliare con il passato, pur senza mai dimenticarlo.

E voi conoscevate Sebenico? Vi piacerebbe visitarla per conoscere una Croazia più autentica?

A SPASSO PER BELGRADO CON… JULIANA E FEDERIKA!

La mia passione per la capitale serba nasce nei miei anni delle scuole elementari, quando durante i lunghi viaggi in auto sfogliavo l’Atlante per Viaggiare in Europa del Touring Club Italiano che mio padre aveva ottenuto in una delle tante raccolte punti abbinate a questo o quel marchio di benzina. Si trattava di un’opera già datata, risaliva a una decina di anni prima, a un tempo in cui la moneta unica europea ancora non esisteva e l’allargamento ad Est dell’Unione Europea non aveva ancora avuto luogo. Nelle ultime pagine erano presenti le mappe delle più importanti città del Vecchio Continente, capitali e non, con qualche consiglio su cosa vedere, cosa fare e come comportarsi e qualche curiosità. Alla luce della particolare (anzi, delicata) situazione in cui la Serbia (o meglio, quel che rimaneva della Jugoslavia) si trovava, la “Fenice Bianca” era liquidata in poche righe, in cui ci si limitava a ricordare che, nonostante le carenze dovute alle sanzioni imposte dall’ONU, la vita in città sembrava scorrere normalmente. Insomma, non una presentazione che invogliasse a visitarla.

Negli ultimi anni, grazie ai voli low cost e alla vibrante vita notturna, la città che ha dato i natali a Novak Djokovic e Dejan Stankovic sta vivendo un riscatto della propria immagine attirando sempre più turisti, tuttavia in quantità inferiore rispetto a quelli di altre capitali dell’Est come Praga o Budapest.

Ma i miei lettori, sentendone il nome, non possono non pensare alle vicende di Juliana presso la corte dei Karadordevic e a quelle di Federika sul palcoscenico e dietro le quinte del Teatro Nazionale. Per caso volete organizzare un viaggio sulle orme di queste due straordinarie eroine che hanno fatto di questa città la loro casa? Ebbene, questo è l’articolo che fa per voi!

Non possiamo non iniziare dalla mitica Cattedrale di San Sava, dove il 26 agosto 1939, dopo alterne vicende, si celebra il matrimonio reale tra Juliana Sheldon e il principe Aleksa Karadordevic, inizialmente previsto per la primavera del 1935. Si tratta della più grande chiesa ortodossa dell’area balcanica, pensate, arriva a un’altezza di ben 70 metri! È impossibile non notarla nelle foto aeree di Belgrado. Quello tra Juliana e il suo primo marito non è l’unico matrimonio del romanzo ad essere celebrato lì: nel luglio 1966, anche suo figlio Dušan, centravanti della Stella Rossa, convola a nozze con la sua amata Julia, in una cerimonia non meno mondana di quella della madre, a cui partecipano anche glorie del calcio del periodo come Pelé e Gianni Rivera.

Stari Dvor è traducibile in Italiano come “Palazzo Vecchio”. Costruito tra il 1882 e il 1884, fu residenza ufficiale delle dinastie reali Obrenovic e Karadordevic fino al 1921, anno in cui fu inaugurato il dirimpettaio Novi Dvor (“Palazzo Nuovo”, pensa te che fantasia!), che a sua volta fu abitato dai reali jugoslavi fino al completamento del complesso di Dedinje, avvenuto nel 1929 (“Ma questa è un’altra storia”, cit. Alberto Angela). In questo palazzo Federika, la Ballerina del Danubio, prende parte al suo primo ballo mondano assieme al suo amato Zoran, il quale in seguito si recherà spesso qui insieme al padre per colloqui con Re Pietro sulla situazione politica europea del periodo. Negli anni jugoslavi il Palazzo ebbe molteplici usi: prima fu sede della Presidenza del Parlamento, poi del Governo e infine del Sindaco e dell’Assemblea Cittadina. Oggi è visitabile con tour guidati o in occasione di eventi.

Chiunque abbia letto Una Creola a Corte ricorda con tenerezza la prima apparizione dei principi Pietro, Tomislav e Andrej, figli di Re Alessandro e della Regina Maria, e il loro primo incontro con Juliana. I principini vissero la loro infanzia nel Complesso Reale di Dedinje, che, come già accennato nel precedente paragrafo, fu completato nel 1929. I due principali edifici sono il Kraljevski Dvor e il Beli Dvor (rispettivamente “Palazzo Reale” e “Palazzo Bianco”, altra grande prova di creatività onomastica). A differenza di altre regge europee, come Versailles, Schonbrunn, la Reggia di Caserta, Potsdam o le residenze pietroburghesi degli Zar, il complesso di Dedinje non è visitabile come se si trattasse di un museo, in quanto abitato da Aleksandar Karadordevic, nipote di Re Alessandro, figlio di Pietro e attuale pretendente al trono di Serbia. Sì, perché formalmente la monarchia serba non è mai stata abolita, anzi, qualche anno fa si parlava addirittura di una restaurazione! Proprio per questo motivo Google Street View non offre la possibilità di visitare virtualmente il Complesso, per cui vi lascio il link al sito ufficiale della famiglia reale serba, dove potrete ammirare delle immagini e scoprire tutto quello che c’è da sapere sulla dinastia: https://royalfamily.org/

Federika nasce biologicamente e professionalmente a Vienna; è proprio nella capitale dell’allora Impero Austro-Ungarico che la contessa Anja la nota e le propone di trasferirsi a Belgrado per diventare un’insegnante di danza presso l’Accademia del Teatro Nazionale. È così che il maestoso edificio rinascimentale di Trg Republike (“Piazza della Repubblica”), non troppo velatamente ispirato alla Scala di Milano, diventa la sua seconda casa, dove generazioni di ragazze impareranno i segreti della danza sotto la paziente guida della talentuosa ballerina arrivata da Vienna e dove, soprattutto, potrà trovare la risposta alla domanda che aveva sempre aleggiato nella sua mente e nel mio cuore: chi è mia madre?

È ormai a tutti noto che la mente umana cerca spesso parallelismi tra i vari luoghi del mondo; è così che Amsterdam diventa la “Venezia del Nord”, Budapest la “Parigi dell’Est” e Skadarlija “la Montmartre di Belgrado”. Di solito questi paragoni mi fanno sorridere, ma quello tra i due quartieri bohémien è azzeccato: al di là delle affinità esteriori, anche la loro storia è molto simile. Sia Montmartre sia Skadarlija, infatti, non sono sempre stati i quartieri artistici e instagrammabili che conosciamo ora: hanno un passato di luoghi malfamati e poco raccomandabili. Ed è proprio quella l’immagine che traspare dalle vicende di Juliana: dopo la morte di Re Alessandro nell’attentato di Marsiglia del 9 ottobre 1934, il Principe Paolo, che non aveva mai nutrito particolare simpatia per la “ragazza dalla pelle scura”, con uno stratagemma la fa cacciare dal palazzo, rendendola costretta a trovare una nuova casa e soprattutto a reinventarsi. Lo farà come cameriera in una kafana, una taverna tradizionale frequentata da bevitori e giocatori d’azzardo, un luogo ben distante dal mondo dell’alta società in cui era abituata a vivere. Al giorno d’oggi le kafane non sono più come ai tempi della creola a corte, sono locali in cui assaporare a poco prezzo le delizie della cucina balcanica e scoprire un pezzo della loro cultura immergendovisi.

Chiudiamo il nostro tour belgradese con la veduta del punto in cui Sava e Danubio si incontrano perdendosi l’uno nell’altro, “come nell’amore” per citare la nostra Juliana. Ed è proprio qui che lei e il figlio, tornati dall’America a Seconda Guerra Mondiale conclusa, incontrano Marin, il soldato del Movimento Nazionalista Croato a cui spetta il doloroso compito di annunciare alla protagonista la tragica dipartita di Aleksa, consegnandole la divisa insanguinata e l’ultima lettera mai spedita. La perdita del grande amore della sua vita porta Juliana a chiudersi in sé stessa e a non volere più nessun uomo dopo di lui; quello che in quel momento ancora non sa è che sarà proprio Marin l’uomo a cui aprirà di nuovo il suo cuore, nelle cui braccia si perderà come la Sava nel Danubio e che la renderà madre per la seconda volta, regalando una sorellina a Dušan.

L’articolo non si propone di essere una guida turistica esaustiva, ma una carrellata di angoli in cui viaggiare non solo con il corpo, ma anche con la fantasia, magari immaginando di incontrare i personaggi delle storie che vi hanno fatto appassionare. E voi conoscevate questi luoghi? Avete già visitato Belgrado o pensate di farlo?

FANTASIA E IMMAGINAZIONE NEI BAMBINI: È MOTIVO DI PREOCCUPAZIONE?

È un argomento che mi sta particolarmente a cuore e su cui sapevo che, prima o poi, avrei composto un articolo. Per parlare di ciò, però, è necessario che rispolveri parte della mia vita personale.

All’età di soli due anni e mezzo ho imparato a leggere in maniera del tutto spontanea, senza che nessuno mi insegnasse a farlo. Ancora oggi non è ben chiaro come sia potuto accadere, qualcuno potrebbe pensare a un evento paranormale, qualcuno a una forma di talento autistico, qualcun altro a qualcosa di analogo all’orecchio assoluto in ambito musicale. Sta di fatto che ho sviluppato questa precoce abilità, e attualmente non mi interessa più sapere come sia successo.

Durante le mie prime fasi dello sviluppo cognitivo, per citare il noto psicologo svizzero Jean Piaget, che nei miei anni liceali fu parte dei miei studi di psicologia e pedagogia, ho avuto la fortuna di assorbire molti stimoli attraverso diversi canali: non solo opere di fantasia quali storie, film o cartoni animati, ma anche racconti del vissuto personale dei miei genitori e nonni. Questo mi ha portata a sviluppare un’intensa attività del pensiero immaginifico. Siccome mi è sempre piaciuto riflettere sulle etimologie delle parole e sui loro significati, vorrei soffermarmi su quest’ultima parola: la definizione data dall’autorevole Enciclopedia Treccani è quella di qualcosa o qualcuno dotato di una forte immaginazione creativa, capace di creare o evocare immagini vivide.

Data la mia età infantile, le prime storie da me create erano molto semplici, avevano come protagonisti i miei pupazzi o gli animaletti di plastica, che non erano più semplici giocattoli ma veri e propri personaggi dotati di vita autonoma, con i loro gusti e interessi, le loro paure, non dissimili dagli animali antropomorfi dei cartoni animati Disney e Looney Tunes. Non essendo ancora in grado di mettere frasi e parole nero su bianco, ahimè, di queste storie non rimane traccia alcuna, sono andate perdute come Bing Bong, l’amico immaginario di Riley nel film Disney Pixar Inside Out.

Arrivò il settembre del 2003, e con esso il momento di scambiare il grembiulino a quadretti rosa della scuola materna con quello bianco della scuola primaria. Varcando per la prima volta il portone dell’istituto del mio paese di residenza, ero emozionata all’idea di poter finalmente scrivere e, di conseguenza, poter fermare per sempre quello che la mia mente creava, e perché no tramandarlo ai posteri. Iniziò una lunga serie di temi, racconti, testi di vario genere, alcuni scritti tra le mura scolastiche, alcuni scritti per compito, seduta al tavolo della cucina che per lunghi anni mi avrebbe vista studiare tutto lo scibile scolastico, altri ancora scritti per conto mio, come attività ricreativa.

E il pensiero immaginifico magistralmente descritto dalla Treccani continuava a galoppare come un cavallo delle praterie, a volare sempre più lontano, “verso l’infinito e oltre” come Buzz Lightyear. Ora i personaggi non erano più i miei compagni di gioco di pezza o di plastica, ma nascevano direttamente dalla mia mente, anche se a volte erano basati su modelli di riferimento reali. Ma su questo ci tornerò più avanti, ci sono parecchie cose da dire.

Chi di noi, alle elementari, non ha mai scritto i classici temi del tipo “Descrivi la tua famiglia” o “Racconta come hai trascorso il fine settimana/le vacanze estive/di Natale/Pasqua/Hanukkah/Eid/Kwanzaa/Diwali/Nowruz“? La piccola scuola elementare dove la vostra cara Vittoria ha trascorso parte dei suoi anni formativi non faceva di certo eccezione, e il quaderno d’italiano dalla copertina color British green (un controsenso, lo so) era un tripudio di vicende di vita personale. Vita personale, certo, ma anche con un tocco personale. Già, perché io fin da bambina ho sempre amato molto cani e gatti, ma ero ben conscia di quanto fossero fuori dalla mia portata, vivendo in un appartamento privo di giardino e in una zona piuttosto trafficata. Per sopperire alla mancanza di questi affascinanti pelosi, i miei componimenti scolastici presto si trasformarono in un bestiario, iniziarono a fare capolino svariati esemplari di canis lupus familiaris e felis silvestris catus, di varie razze e colori, ognuno dei quali era stato da me adottato o salvato in maniera più o meno rocambolesca. L’occhio vigile della maestra si accorse del passaggio di queste zampette canine e feline tra le righe dei miei quaderni, e ben presto domandò a mia madre se tutte quelle presenze nella nostra famiglia corrispondessero a realtà. Mia madre cercò di “salvarsi” dicendo che mi riferivo ai cani e alla gatta che all’epoca avevano i miei nonni paterni. Intorno alla quarta elementare, però, abbandonai questa pratica, forse perché nella mia mente iniziavano a concretizzarsi i timori che qualcuno, non conoscendo il mio mondo interiore, potesse interpretarla male e farsi un’idea di me come di una persona non in grado di distinguere fantasia e realtà. A pensarci ora, finché si tratta della fantasia di un bambino delle elementari il danno è minimo. In caso di ragazzi più grandi, che frequentano le scuole medie, per non dire le superiori, i campanelli d’allarme possono essere più gravi: il ragazzo potrebbe provare un senso di disagio nel “mondo reale” per via di bullismo o peggio ancora di abusi, ragioni che potrebbero portarlo a rifugiarsi in un “mondo immaginario” per sfuggire alla realtà che lo opprime. In quei casi, è importante intervenire, preferibilmente con l’ausilio di uno specialista.

Quei cani e gatti erano però solo la punta di un iceberg molto più vasto. Infatti nella mia mente stava prendendo forma un mondo molto più elaborato, arricchito di nozioni storiche provenienti dalla Biblioteca Storica che in quegli anni usciva allegata al noto quotidiano Il Giornale e di cui i miei nonni stavano collezionando i volumi, tuttora presenti nella loro casa. Quei libri dalla copertina blu erano per me fonte inesauribile di scoperte, fu da lì che approfondii le mie conoscenze sulla Russia imperiale e sulla Serbia monarchica, che anni dopo mi sarebbero tornate utili per la stesura dei miei romanzi storici.

La piccola protagonista di quello che stava nascendo nella mia mente era Willina, una bambina intelligente e curiosa, dai lunghi capelli biondi e dai grandi occhi che osservavano tutto con sorpresa e stupore, sullo sfondo della coloratissima New York degli anni ’50; la scelta dell’ambientazione era forse stata influenzata dal noto telefilm Happy Days, del quale avevo all’epoca visto qualche puntata. Le vicende della famiglia della piccola Willina erano ispirate alle mie, ma su una scala molto più “globale”: i suoi zii e suo cugino vivevano a Rio de Janeiro, la cidade maravilhosa di cui avevo letto nei libri illustrati, e non a Caserta come i loro omologhi nella vita reale, mentre la sua prozia, a differenza della zia di mia madre che vive a Fiuggi, qui era sposata con un cuoco di sushi giapponese e viveva a Yokohama, città portuale giapponese che fa da sfondo anche allo splendido manga “Glass no Kamen” di Suzue Miuchi, da cui è stato tratto l’anime conosciuto in Italia come “Il Grande Sogno di Maya“.

Ma il bello deve ancora venire: in questo universo, non erano “presenti” solo i miei familiari, ma anche, udite udite, alcuni bambini che conoscevo! Sì, avete capito bene, alcuni amichetti di Willina erano ispirati a personcine che facevano parte della mia quotidianità! Il nonno di uno di loro, durante la sua gioventù, aveva lavorato presso la corte di Re Pietro I Karadordevic, ultimo Re della Serbia pre-jugoslava, dove aveva conosciuto sua moglie, una cameriera del palazzo che pur di partecipare a un ballo insieme a lui si era cucita un vestito utilizzando una tenda (e qui devo ringraziare mia nonna per avermi raccontato la storia di Via col Vento). Questi due signori erano i nonni del bambino per cui Willina aveva una cotta, a sua volta ispirato a colui per cui provavo quei sentimenti nella vita reale! E anche il vicino di casa di questo bambino non era da meno, nella mia immaginazione sua nonna era una contessa russa che aveva vissuto nella San Pietroburgo pre-rivoluzionaria, tra palazzi, carrozze e Uova Fabergé (la mia maestra di italiano delle elementari aveva fatto la crociera del Mar Baltico, visitando anche la città degli Zar, e in occasione della Pasqua avevamo parlato della nascita delle Uova di Pasqua facendo riferimento anche alle note opere di gioielleria volute dalla famiglia imperiale russa), senza dimenticare un bellissimo fratello maggiore che faceva parte del Reggimento di Pavlovsk 😍 La contessa, inoltre, studiava presso il famoso Istituto Smolny, fondato da Caterina la Grande e attivo fino al 1917, e fu anche una delle prime nobili fanciulle europee a praticare la ginnastica artistica a livello agonistico. E non mancavano riferimenti ancora più esotici: un altro nonno, il cui nipote era un ragazzino un po’ più grande di me, aveva lavorato presso lo Scià di Persia, nel mitico Palazzo del Golestan di Tehran. Tuttavia, le storie non erano sempre così scintillanti: un altro piccolo personaggio, ispirato a un altro bambino per cui avevo una cotta, era di origini ebree, e i suoi genitori erano fuggiti dal Ghetto di Varsavia. Negli anni in cui andavo alle elementari si iniziava a osservare la Giornata della Memoria, e riuscii a fare mio il monito a non dimenticare mai gli orrori del passato, un proposito di cui ho fatto menzione anche nei precedenti articoli.

Non parlai mai a nessuno di queste mie fantasie “storico-geografiche”, preferii tenerle per me. Anche in questo caso avevo paura che qualcuno potesse pensare che io non fossi in grado di distinguere immaginazione e realtà, o interpretare le mie storie come “prese in giro”, per non dire “atti di bullismo” nei confronti di quelle persone. Io ero consapevole che tutto questo non era che il prodotto della mia immaginazione, distinguevo il piano della fantasia da quello della realtà, e la la mia buona fede era assoluta, non mi sarei mai permessa di nuocere a qualcuno, per me era divertimento, un’attività ricreativa, esattamente come giocare con i peluche o disegnare. Un conto è inventare storie su famiglie reali e contesse, un conto è prendere di mira una persona per il suo aspetto fisico o per i suoi gusti fino ad escluderla dal proprio gruppo. La fantasia crea mondi, offre nuove possibilità, esprime desideri e arricchisce senza togliere nulla. Il bullismo inventa falsità per isolare, ridicolizzare, creare dinamiche di potere, ferire deliberatamente qualcuno.

Ho scoperto di non essere stata l’unica ad avere questa forma di creatività mentale. Tra le pagine di un noto forum online, ho letto le parole di un’utente che quando era bambina aveva detto per gioco di vivere a Parigi. Anche lei, proprio come me, ora da adulta scrive romanzi brevi. Chiunque tu sia, se mai leggerai queste parole, sappi che non sei sola, anche se non ti conosco ti sostengo. Se fossi un’insegnante o un’educatrice cercherei di valorizzare il più possibile la creatività di questi bambini, la loro voglia di esplorare il mondo uscendo dai rigidi canoni dei testi scolastici, e perché no usare le loro creazioni come spunto per le lezioni di alcune materie, ovviamente nei casi in cui ciò è possibile, come appunto la storia o la geografia.

Molti genitori e insegnanti purtroppo non riescono a capire cosa ci sia davvero nella mente dei bambini, e si allarmano per cose che gravi non sono e preoccupanti non dovrebbero essere. Se un bambino scrive “ho un cane” quando nella realtà non lo possiede, o “vivo a Parigi” quando nella realtà vive in un piccolo paese di provincia, non dobbiamo vedere una “bugia”, ma un desiderio, una proiezione. Non dobbiamo preoccuparci di cosa potrebbero dire gli altri o di come potrebbe apparire il bambino ai loro occhi, ma chiederci il perché di queste parole, cosa si nasconde dietro di esse. Il bambino potrebbe vivere una vita grigia e monotona e cercare di arricchirla. In questo modo non toglie nulla a nessuno e non ferisce nessuno. Quello che è più importante, nella mia modesta opinione, è insegnare a distinguere tra il vero e il falso, il che nella vita può essere utile a tutti i livelli, e soprattutto insegnare il rispetto per l’unicità e per la vita altrui, che dovrebbe essere alla base di ogni buon cittadino d’Italia, d’Europa, del mondo.

ANOBII: LA NUOVA (O VECCHIA?) FRONTIERA

Da diversi anni GoodReads ha preso il sopravvento, ma Anobii occupa ancora un posto importante nel cuore dei cybernauti con il pallino della lettura.

Ora anche i miei nove “bimbi di carta” (che ce posso fa’, sono troppo affezionata a questo soprannome e non smetterò mai di usarlo) possono dire di avere un posticino sul grande scaffale virtuale! https://www.anobii.com/it/contributors/vittoria_silvestrini/4755097

Per dovere di cronaca preciso che la segnalazione ad Anobii è stata inoltrata dalla sottoscritta, come è prassi per gli autori di nicchia o autopubblicati. È molto più semplice di quel che si pensi: dopo aver creato il proprio account, se già non se ne possiede uno, basta cliccare su Contribuisci, e da lì su Proponi un nuovo libro. Si apre una maschera in cui viene chiesto di inserire i dati del libro come il numero di pagine, il codice ISBN e la casa editrice, senza ovviamente dimenticare il titolo e l’immagine di copertina, e il team di Anobii dopo alcuni giorni o settimane provvederà ad aggiungere il libro al database. Personalmente ho dovuto aspettare per circa un mese, ma le mie attese sono state esaudite. Meglio tardi che mai! 😊

Un piccolo appello ai miei fan anobiiani: se li avete letti, aggiungete i miei romanzi alla vostra libreria, e lasciate una piccola recensione! Ogni interazione può fare la differenza 😉

SCRITTURA: PUÒ ESSERE UNA FORMA DI IMPEGNO CIVICO?

Uno degli stereotipi, o forse dovrei definirli pregiudizi, più comuni nei confronti di chi si dedica alla scrittura o altre attività creative, tra cui la composizione musicale, la pittura o il disegno, è “quelle persone vivono in un mondo immaginario tutto loro“. Niente di più sbagliato: in ogni opera di fantasia c’è sempre un riferimento o un’allusione, se pur velata, alla realtà che ci circonda. Dante Alighieri non avrebbe mai scritto la Divina Commedia se non avesse avuto un’approfondita conoscenza ed esperienza della situazione socio-politica del periodo, così come (e qui da brava laghée gioco in casa) I Promessi Sposi di Alessandro “Don Lisander” Manzoni non avrebbero mai visto la luce se non fosse stato per le idee che l’autore si proponeva di trasmettere.

Ed è quello che mi propongo anche io ogni volta che mi appresto a iniziare una nuova avventura scrittoria. La prima domanda che mette in moto le mie celluline grigie, per citare Hercule Poirot, è: cosa voglio comunicare? Che temi voglio rivestire del manto delle parole?

Le vicende di Elisa, Sasha, Elena, Juliana, Aleksa, Marin, Annalisa, Alen, Senad, Melissa, Hayden, Federika, Zoran, Larissa, Ante e tutti gli altri personaggi che incrociano il loro cammino non sono soltanto “romanzi”, sono storie di vita, che potrebbero accadere o essere accadute per davvero. Non si tratta di semplici storie d’amore o di famiglia, si propongono, anche implicitamente, di far conoscere delle realtà che altrimenti vedremmo di sfuggita nelle inquadrature dei servizi del telegiornale o tra i termini tecnici e burocratici del giornalismo.

L’esempio più significativo è Ti Salveremo: una madre e una figlia partono alla volta di un Paese in guerra per ricongiungersi al loro marito e padre, incontrando tante persone che, pur trovandosi in una drammatica situazione di precarietà, non si sottraggono a dare una mano a chi viene da lontano portando sulle spalle un fardello così pesante. Tanto si è detto e scritto sulla guerra in Ucraina negli ultimi anni. Abbiamo visto i video dei bombardamenti russi, le immagini degli edifici in macerie, le folle di profughi alle porte dell’Unione Europea, abbiamo letto storie e testimonianze di chi sta vivendo questa tragedia umana e di chi cerca di dare una mano. Mancava, però, un punto di vista russo sulla vicenda. Ci tengo a precisare che Ti Salveremo non ha intenti geopolitici, non è un romanzo “sulla guerra”, dato che concretamente non racconta quasi nulla sulle cause del conflitto; Putin non viene mai nominato, viene definito solo “Presidente”, mentre Zelensky viene descritto solo esteriormente, compare solo sulle gigantografie che le due protagoniste vedono nel centro di Kiev. Ecco, definirei quest’opera come un romanzo umanitario, un dramma familiare sullo sfondo di eventi della Storia contemporanea.

Nel post di ieri affermavo che La Lingua Ritrovata sia un romanzo “incatalogabile”, forse afferente al filone del romanzo di formazione e di viaggio. Ebbene, mi è venuto in mente un altro possibile inquadramento per la storia di Annalisa e delle sue lezioni di lingua croata con Danijela: romanzo europeista. Annalisa è italiana, ma la Croazia diventa parte della sua vita, prima con lo studio della lingua, poi con il viaggio “sul campo” alla scoperta delle radici della sua “Obi Wan Kenobi”, e infine trovando l’amore di Alen, che diventerà suo marito e padre del figlio che nel sequel, Una Voce nel Buio, adotteranno. Il figlio della coppia, Senad, è bosniaco; la Bosnia ancora non appartiene all’Unione Europea, ma la giovane età del bambino potrebbe rappresentare un’anticipazione di questo futuro ingresso. Annalisa e Alen non sono religiosi, si sono sposati con rito civile, ma ciò non impedisce loro di rivolgersi ad un’organizzazione di ispirazione medjugorjana, entrando in ottimi rapporti con Padre Marko e Suor Agnese, che raccontano loro la storia di Senad, il bambino scartato da tante famiglie in quanto di sangue musulmano. Loro non lo accolgono per “fare i buoni”, ma per amore puro e disinteressato; grazie a loro, Senad troverà la sua strada nella vita, nella scuola e nello sport del karting. E, proprio come avviene per Elisa nell’arco dell’eponimo Il Filo di Elisa e Ti Salveremo, possiamo vedere questa protagonista femminile (il cui nome ha una certa assonanza con l’eroina del mio primo romanzo, della quale rappresenta una versione “moderna” e più “matura”) nelle vesti di giovane studentessa curiosa, amante delle lingue e dei viaggi, successivamente di fidanzata innamorata e fedele che coronerà il suo sogno d’amore grazie al matrimonio, e infine di premurosa madre di famiglia che concilia carriera e vita privata. Una scena emblematica a questo proposito compare in Una Voce nel Buio: Annalisa e Alen a Medjugorje alloggiano nella stessa pensione dove lei aveva alloggiato durante il viaggio compiuto da adolescente insieme ai genitori; dormendo nella stessa stanza in cui aveva dormito anni prima, lei pensa: “ho dormito in questa stanza da figlia, e ora da moglie che sta per diventare madre“. Interessante anche notare come il percorso di Annalisa e quello della sua mentore Danijela siano “complementari”: Annalisa sposa il croato Alen e si trasferisce in Croazia, Danijela vive in Italia perché è sposata con un uomo italiano. Non è forse questo lo spirito dell’Unione Europea?

Un altro romanzo eponimo, Larissa, dà voce a una dei “bambini di Chernobyl” che per molte estati hanno portato un pizzico di Bielorussia (e, in alcuni casi, di Ucraina) nelle case di molte generose famiglie italiane. Con la sua voce innocente e spontanea, la piccola Larissa ci ricorda quanto sia importante ascoltare il cuore di chi sopra ogni altra cosa desidera una casa, una famiglia, il bacio della buonanotte di una madre. I genitori affidatari, Alessandra e Nathan, non si scoraggiano davanti alle difficoltà che la burocrazia dell’adozione comporta, e nel momento in cui tutto sembra perduto per colpa di qualcosa di molto più grande e incomprensibile formano un comitato, scendendo in piazza e sfilando per le vie di Bergamo per far sentire ai “potenti” la loro voce.

La vita in orfanotrofio e l’attesa di una famiglia ricorrono anche nelle vicende dei Gigli di Sarajevo. Ante, il protagonista, aspetta il ritorno di sua madre, ingiustamente incarcerata all’Aja, accusata di orrendi crimini con i quali in realtà non aveva nulla a che fare. La Storia contemporanea sembra averli divisi ma, grazie alla tenacia di Dario, già membro degli ultras della Dinamo Zagabria, i Bad Blue Boys, ed ex commilitone del padre del bambino, madre e figlio riescono a riabbracciarsi e ricominciare una nuova vita lontana dai fantasmi del passato. Ante, anche una volta adulto, rimane in contatto con coloro che erano stati i suoi compagni d’istituto, e insieme cercano di tenere viva la memoria di quanto accaduto nella loro città, anche se erano troppo piccoli per ricordarsene, per fare in modo che ciò non accada mai più. Ed è anche questa per me una delle azioni più potenti che possiamo compiere raccontando queste storie: ricordare, non dimenticare, per non sbagliare mai più.

Ma anche un romanzo apparentemente più leggero e spensierato come Due Cuori in Drift tratta tematiche come il superamento delle apparenze o le aspettative dei genitori nei confronti dei figli. Melissa e Hayden sono completamente diversi, sembrano non avere nulla in comune: lei è una ragazza intellettuale, acqua e sapone, amante della lettura e dei documentari, Hayden è un ragazzo sbruffone, dai modi forse “poco ortodossi”, e questo li porta ad avere dei memorabili battibecchi agli albori della loro conoscenza. Tuttavia lui nasconde qualcosa: la sua famiglia considera l’RC Drift come qualcosa di infantile e poco appropriato per un giovanotto dell’alta società, a differenza del fratello minore Brandon che ha una carriera nel football australiano, da loro considerato uno sport degno di questo nome, e preferirebbero che il primogenito lavorasse nell’azienda di famiglia. Quante situazioni del genere abbiamo visto nella cronaca, tra i personaggi famosi (parlando di motori penso a Niki Lauda, rampollo di una famiglia di banchieri, il cui padre gli ripeteva che un membro della famiglia Lauda “dovrebbe comparire nelle pagine economiche dei giornali, non in quelle sportive“, o a Nelson Piquet, figlio di un importante politico brasiliano, che nei primi anni di carriera correva con lo pseudonimo Piket per non essere riconosciuto), o più semplicemente tra le persone che incontriamo ogni giorno? Tuttavia, quando il piccolo Kevin, figlio di un dipendente della loro azienda, ha bisogno di soldi per affrontare un’operazione chirurgica, i genitori del giovane RC drifter toccano con mano il calore e la solidarietà che quel mondo ha saputo esprimere e si riconciliano con il figlio, accettando anche la sua relazione sentimentale con Melissa (in precedenza non vedevano di buon occhio la ragazza in quanto americana e di ceto medio).

Per rispondere alla domanda nel titolo, posso dire che sì, la scrittura è una forma di impegno civico se usata per dare voce a categorie marginalizzate o poco considerate nella narrazione mainstream, denunciare ingiustizie, tramandare la memoria storica, anche e soprattutto di fatti poco noti ai più o poco citati dai libri di testo scolastici, e stimolare la riflessione critica ampliando i propri punti di vista.

E voi, leggendo i miei romanzi, avete formulato qualche particolare riflessione su qualche tematica da me non citata nell’articolo?

LA PAROLA… ALLE IMMAGINI!

Non si giudica un libro dalla copertina“. Quante volte abbiamo sentito, letto o pronunciato questa frase? Se è vero che non dobbiamo fermarci ad essa nella scelta del libro che ci accompagnerà durante le nostre serate casalinghe o durante un tragitto in treno o in aereo, è anche vero che essa rappresenta il “biglietto da visita” dell’opera.

Nelle copertine dei miei romanzi nulla è lasciato al caso; nella scelta delle immagini cerco di essere il più coerente possibile con quello che intendo trasmettere tra le pagine, in modo che il mio lettore possa farsi un’idea abbastanza precisa.

Non potevo che iniziare dal mio romanzo d’esordio, Il Filo di Elisa, pubblicato un po’ “per gioco” ma che ha dato il via a una delle più belle avventure che abbia mai potuto desiderare. Come tutti voi ricorderete, la dolce Elisa vive a Lecco nella villa della sua ricchissima zia, che si prende cura di lei da quando i suoi genitori hanno trovato la morte in un incidente aereo sulle Ande. L’immagine, che avevo trovato tra i modelli di Canva, raffigura una giovane ragazza in riva a un lago rivolta verso le montagne, una perfetta allegoria del suo territorio, che poi è anche il mio. Lei vede quei monti dalla finestra della sua stanza, rappresentano la sua vita, è triste e surreale pensare che un’altra catena montuosa a un oceano di distanza sia diventata la tomba di chi l’ha messa al mondo.

Un paio di mesi dopo, a fine agosto 2023, a Elisa si affiancò Juliana, la “creola alla corte dei Karadordevic”. Questo romanzo in un certo senso rappresenta un record: si tratta infatti della prima opera letteraria in assoluto ambientata nella Jugoslavia monarchica, una realtà ancora sconosciuta ai più, ma per la quale ho sempre coltivato un profondo interesse fin dai tempi del liceo. L’immagine, da me generata grazie all’AI di Canva, è abbastanza didascalica: rappresenta una giovane donna dalla pelle bruna che cammina lungo il lungofiume di Belgrado, in alto a destra è possibile riconoscere la Cattedrale di San Michele, uno dei simboli della vibrante capitale serba.

Estate 2024: tornano Elisa e Sasha, con qualche primavera in più sulle spalle, due carriere avviate rispettivamente come insegnante d’inglese alle elementari e tecnico di laboratorio, e soprattutto una meravigliosa figlia di 15 anni, Elena, frutto del loro amore. Questa volta non si tratta di una romantica storia familiare, ma di un dramma all’interno di una tragedia contemporanea: Sasha, infatti, nell’autunno 2022 viene chiamato alle armi in Ucraina, mentre moglie e figlia non hanno più sue notizie. Cosa fare per scoprire la verità? Elisa, molto più forte e determinata rispetto a come l’avevamo conosciuta nel precedente romanzo, prende una pericolosa decisione: partire per l’Ucraina insieme alla figlia. Le due donne viaggiano attraverso gli sconfinati campi di grano per cui la terra di Nikolaj Gogol e Taras Shevchenko (ma anche di un altro Shevchenko di nome Andrij, di rosso e nero vestito) è nota in tutto il mondo, da qui l’idea della copertina, che per inciso ricorda anche i colori della bandiera che tante volte abbiamo visto nelle piazze di tutta Europa.

Il quarto titolo della mia produzione, La Lingua Ritrovata, è forse quello che più di tutti porto nel cuore, ma è al contempo anche il più difficile da catalogare. Non si tratta certo di un romance, la storia d’amore tra Annalisa e Alen è sì una parte importante della storia, ma non è il fulcro dell’azione. Il genere a cui forse maggiormente afferisce è quello del romanzo di formazione e di viaggio. Anche in questo caso l’idea che mi ha portata a creare questa copertina è abbastanza banale: una ragazza con un libro in mano con una città marina croata sullo sfondo. Più didascalico di così non avrei potuto fare.

Il sequel delle avventure di Annalisa e del suo Alen, che qui vediamo nelle vesti di due novelli sposini alle prese con l’adozione internazionale di un bambino bosniaco, il piccolo Senad, affetto da mutismo elettivo per colpa dei suoi traumi. Sulla copertina ammirano il meraviglioso e inconfondibile Ponte di Mostar, molto più che un semplice “ponte”, uno dei landmarks più toccanti della Terra per la sua storia e per quello che rappresenta. E la loro famiglia incarna alla perfezione l’unione tra popoli che quel Ponte avrebbe dovuto simboleggiare: Annalisa è italiana, Alen è croato, il piccolo Senad è bosgnacco.

Due Cuori in Drift rappresenta un punto di rottura rispetto alle precedenti opere: per la storia d’amore tra Melissa e Hayden ho preferito lasciare da parte l’Europa Orientale e i Balcani, addentrandomi di più nel mondo anglosassone, dividendomi tra Chicago e Melbourne. Da appassionata di motori, era inevitabile che prima o poi scrivessi un romanzo su di essi. Il punto è che negli ultimi anni, complici anche serie Netflix come Drive To Survive e il film F1 con il sempreverde Brad Pitt, nella letteratura romance si è sviluppato un corposo filone di romanzi ambientati tra circuiti e motori rombanti, per cui ho optato per qualcosa di diverso in modo da distinguermi nel mare magnum. Da qui la scelta dell’RC Drift, disciplina ancora estremamente di nicchia, sulla quale, come facilmente intuibile, non esistono opere di narrativa in nessuna lingua. L’automobilina blu rappresenta il carattere tenebroso di Hayden, mentre quella gialla il carattere più solare di Melissa. Il tramonto dà un’aria più romantica e misteriosa alla scena, richiamando la fatidica notte di Las Vegas… lascio a voi l’onore della scoperta!

Torniamo in Europa con le romantiche avventure a passo di danza della giovane gitana Federika, affidata dalla madre alla più importante Accademia di Vienna quando non era che una bimba in fasce, per la quale il destino ha in serbo qualcosa di speciale… “serbo” nel vero senso della parola, perché la vita la porterà a Belgrado, dove troverà l’amore del giovane conte Zoran, che cambierà completamente la sua vita. Non è difficile capire perché sulla copertina compaiano sia la Staatsoper di Vienna sia la Cattedrale di San Sava. Un detto giapponese afferma: “Se una cosa non esiste, inventala tu“; ebbene, anche questo breve historical romance segna un “primato”: se Una Creola a Corte è il primo romanzo storico ambientato nella Jugoslavia monarchica, La Ballerina del Danubio è il primo la cui azione si svolge nella Serbia pre-jugoslava. Che dire, ho proprio fatto mio questo modo di dire.

Anche per Larissa, nata poche settimane dopo Federika, ho voluto far fede a quella perla di saggezza pervenutaci dall’Estremo Oriente. In verità esistono alcuni libri che raccontano storie di bambini ucraini e bielorussi che hanno trascorso dei soggiorni terapeutici in Italia in seguito alla catastrofe di Chernobyl, come ad esempio Quelle in cielo non erano stelle di Nicoletta Bortolotti (Oscar Mondadori, 2021), ma sono perlopiù narrati dal punto di vista degli italiani; mancava, infatti, un punto di vista “interno”, che in questo caso è rappresentato dalla voce narrante della piccola Larissa, la cui vita, tra il 2003 e il 2006, si divide tra la Bielorussia rurale e Bergamo, entrambe ritratte alle sue spalle grazie alla mitica Gemini, senza la quale non avrei la maggior parte delle copertine dei miei “bimbi di carta”.

Qui si parla di storia recente, anzi, recentissima: I Gigli di Sarajevo è la mia ultima fatica letteraria (non l’ultima in assoluto, ci tengo a precisarlo, bensì l’ultima in ordine temporale), pertanto non mi soffermerò molto sulla trama, dato che già la conoscete. La scelta dei “gigli” è dovuta sia al preciso significato del fiore in sé, che rappresenta la purezza e l’innocenza, legata al fatto che i protagonisti siano dei bambini, sia al significato che quel fiore ha per il popolo bosniaco, in quanto ritratto sulla prima bandiera adottata dal Paese balcanico dopo l’indipendenza dalla Jugoslavia avvenuta nel 1992.

Cosa ne pensate? Vi eravate mai chiesti quale fosse il significato delle mie copertine o il vostro sguardo è sempre stato “distratto”? Avevate mai notato qualcosa di particolare?

Se avete qualche domanda, o se avete qualche osservazione da fare, sentitevi liberi di scrivermi, io cercherò di darvi una risposta esaustiva 😉

Buon pomeriggio e buona serata dalla vostra Vittoria/Vicky (chiamatemi come volete, un nome vale l’altro per me)