Fin dalla sua nascita, il cinema si è prefissato l’obiettivo di raccontare storie. E l’ha sempre fatto attingendo da innumerevoli fonti: la letteratura, la mitologia, il teatro, gli eventi storici e addirittura la Bibbia. Pensate che, considerando la sola epoca del cinema muto, le opere di Shakespeare diedero le basi per almeno 800 film!
Negli ultimi decenni si è diffuso il fenomeno dei “revival”, che porta le masse a “riscoprire” fenomeni culturali di epoche precedenti, soprattutto musicali: pensate ad esempio alle feste a tema anni ’80 o ’90 che ogni tanto vengono organizzate nei paesini di provincia o nei centri commerciali. Nel mio anno di nascita, il 1997, Rai 2 mandò in onda Anima Mia, varietà di grande successo incentrato sui miti e le mode della cultura di massa italiana dei “mitici anni ’70”, contribuendo alla rivalutazione dell’immagine del periodo che fino a quel momento era bollato come “anni di piombo” per via dei fenomeni politici che portarono alla cosiddetta “strategia della tensione”. I volti che accompagnavano lo spettatore in questo viaggio attraverso l’immaginario di vent’anni prima erano Fabio Fazio e Claudio Baglioni. Ed è proprio quest’ultimo l’involontario protagonista di ciò che sto per raccontarvi.
L’inizio del 2009 vide l’uscita nei cinema italiani di una commedia sentimentale adolescenziale dal titolo ben noto ai cultori della musica italiana “retrò”: Questo Piccolo Grande Amore. Sì, proprio come il brano che nel 1972 fece conoscere Claudio Baglioni al grande pubblico, ad oggi il singolo più venduto di sempre in Italia. Per chi non conoscesse il film, ve ne riassumo brevemente la trama: nella Roma del 1971, nel corso di una manifestazione studentesca, la liceale Giulia, borghese di Roma Prati, e l’universitario Andrea, del quartiere periferico di Centocelle, si innamorano a prima vista e tra i due nasce una romantica storia, messa alla prova dalla partenza di Andrea alla volta di Saluzzo (Cuneo) per il servizio militare. Una storia molto semplice e gradevole, nata per proporrere un’alternativa ai “soliti” film tratti dai romanzi di Federico Moccia che in quel periodo imperversavano. Nonostante le aspettative, QPGA fu un flop al botteghino. Come mai?
Uno dei motivi decisivi a determinare l’insuccesso del film al botteghino fu il divario generazionale e temporale. Nel 2009 i giovani e non solo stavano vivendo l’inizio dell’era dei social network, con Facebook e Twitter che iniziavano a far parlare sempre più di sé; le dinamiche raccontate nel film, come le chiamate con i telefoni a gettoni, l’attesa di una lettera scritta a mano e spedita via posta o la leva militare obbligatoria, risultavano lontane dal loro modo di vivere e di difficile immedesimazione, a differenza di quanto raccontato dalle cosiddette “mocciate”, che pur con tutti i loro difetti si attenevano a un linguaggio affine a quello dei giovani dei tardi anni 2000 (i lucchetti dell’amore su Ponte Milvio, i motorini, gli SMS).
Il vero intento del film sarebbe stato quello di “unire” genitori e figli attraverso l’incontro tra la commedia romantica adolescenziale e la nostalgia per i decenni passati. La missione fallì clamorosamente: come si è visto, i giovani lo trovarono troppo “lento” e distante dalla loro vita quotidiana, mentre gli adulti, soprattutto i fan di vecchia data di Baglioni, non si sentirono rappresentati da un teen movie con attori emergenti, preferendo l’immaginario della canzone originale e del relativo album. Anche il mio romanzo d’esordio, Il Filo di Elisa, è ambientato nella Lecco degli anni ’90 ma, non contenendo espliciti riferimenti alle mode e ai fenomeni di costume del periodo, non si è mai posto come “operazione nostalgia”; si tratta di una semplice storia d’amore tra due adolescenti appartenenti a culture diverse che imparano a conoscersi e a crescere insieme.
All’opposto, troviamo Sposerò Simon Le Bon, film cult del 1986, ispirato al romanzo in forma di diario scritto dall’adolescente Clizia Gurrado, fan dei Duran Duran, all’epoca studentessa del Liceo Classico “Berchet” di Milano e figlia del giornalista Lello Gurrado. Essendo nato come instant movie e girato in pochissimi giorni per cavalcare l’onda della Duranmania e del fenomeno dei Paninari milanesi, ha un forte legame con il periodo storico di riferimento e al giorno d’oggi è considerato datato e “incomprensibile” per chi non ha vissuto i “mitici anni ’80”; anche il romanzo non è più stato ristampato ed è considerato introvabile. Qualche cenno sulla trama: la sedicenne Clizia, narratrice in prima persona, vive a Milano con i genitori e il fratello, frequenta il Liceo Classico e condivide la passione per i Duran Duran con l’amica Rossana Invernizzi, che ha una preferenza per il bassista John Taylor. Un giorno le due ragazze vengono a sapere che i loro idoli saranno ospiti al Festival di Sanremo e scappano di casa per poterli finalmente vedere.
Le vicende di Clizia presentano però una differenza fondamentale con QPGA. All’uscita nelle sale, Sposerò Simon Le Bon venne stroncato dalla critica per la banalità e l’inverosimiglianza del soggetto (e aggiungerei anche per i dubbi messaggi che trasmette: per poter entrare all’Ariston, Clizia ruba il tesserino da giornalista del padre…). Nonostante questo, grazie ai continui passaggi televisivi nel periodo estivo degli anni successivi, ha assunto lo status di cult generazionale: oggi è considerato come una “capsula del tempo” per conoscere uno spaccato dell’epoca in maniera divertente. QPGA, al contrario, essendo una ricostruzione artificiale e successiva, non può essere considerato fedele a quanto accaduto davvero nell’epoca in cui le vicende si svolgono.
Il fallimento del teen movie basato sul brano di Baglioni dimostra che la nostalgia artificiale, costruita a posteriori unendo a tavolino epoche e linguaggi distanti, rischia di non comunicare con nessuno. Al contrario, il successo nel tempo della commedia dedicata alla passione di una ragazza per i Duran Duran conferma che anche un’opera commerciale, ingenua e stroncata dalla critica, può trasformarsi in un prezioso “documento antropologico” e in un cult intramontabile, semplicemente perché è stata capace di catturare lo “spirito del tempo” mentre questo stava respirando.
