CULTURA POP DEL PASSATO: RISORSA O AZZARDO?

Fin dalla sua nascita, il cinema si è prefissato l’obiettivo di raccontare storie. E l’ha sempre fatto attingendo da innumerevoli fonti: la letteratura, la mitologia, il teatro, gli eventi storici e addirittura la Bibbia. Pensate che, considerando la sola epoca del cinema muto, le opere di Shakespeare diedero le basi per almeno 800 film!

Negli ultimi decenni si è diffuso il fenomeno dei “revival”, che porta le masse a “riscoprire” fenomeni culturali di epoche precedenti, soprattutto musicali: pensate ad esempio alle feste a tema anni ’80 o ’90 che ogni tanto vengono organizzate nei paesini di provincia o nei centri commerciali. Nel mio anno di nascita, il 1997, Rai 2 mandò in onda Anima Mia, varietà di grande successo incentrato sui miti e le mode della cultura di massa italiana dei “mitici anni ’70”, contribuendo alla rivalutazione dell’immagine del periodo che fino a quel momento era bollato come “anni di piombo” per via dei fenomeni politici che portarono alla cosiddetta “strategia della tensione”. I volti che accompagnavano lo spettatore in questo viaggio attraverso l’immaginario di vent’anni prima erano Fabio Fazio e Claudio Baglioni. Ed è proprio quest’ultimo l’involontario protagonista di ciò che sto per raccontarvi.

L’inizio del 2009 vide l’uscita nei cinema italiani di una commedia sentimentale adolescenziale dal titolo ben noto ai cultori della musica italiana “retrò”: Questo Piccolo Grande Amore. Sì, proprio come il brano che nel 1972 fece conoscere Claudio Baglioni al grande pubblico, ad oggi il singolo più venduto di sempre in Italia. Per chi non conoscesse il film, ve ne riassumo brevemente la trama: nella Roma del 1971, nel corso di una manifestazione studentesca, la liceale Giulia, borghese di Roma Prati, e l’universitario Andrea, del quartiere periferico di Centocelle, si innamorano a prima vista e tra i due nasce una romantica storia, messa alla prova dalla partenza di Andrea alla volta di Saluzzo (Cuneo) per il servizio militare. Una storia molto semplice e gradevole, nata per proporrere un’alternativa ai “soliti” film tratti dai romanzi di Federico Moccia che in quel periodo imperversavano. Nonostante le aspettative, QPGA fu un flop al botteghino. Come mai?

Uno dei motivi decisivi a determinare l’insuccesso del film al botteghino fu il divario generazionale e temporale. Nel 2009 i giovani e non solo stavano vivendo l’inizio dell’era dei social network, con Facebook e Twitter che iniziavano a far parlare sempre più di sé; le dinamiche raccontate nel film, come le chiamate con i telefoni a gettoni, l’attesa di una lettera scritta a mano e spedita via posta o la leva militare obbligatoria, risultavano lontane dal loro modo di vivere e di difficile immedesimazione, a differenza di quanto raccontato dalle cosiddette “mocciate”, che pur con tutti i loro difetti si attenevano a un linguaggio affine a quello dei giovani dei tardi anni 2000 (i lucchetti dell’amore su Ponte Milvio, i motorini, gli SMS).

Il vero intento del film sarebbe stato quello di “unire” genitori e figli attraverso l’incontro tra la commedia romantica adolescenziale e la nostalgia per i decenni passati. La missione fallì clamorosamente: come si è visto, i giovani lo trovarono troppo “lento” e distante dalla loro vita quotidiana, mentre gli adulti, soprattutto i fan di vecchia data di Baglioni, non si sentirono rappresentati da un teen movie con attori emergenti, preferendo l’immaginario della canzone originale e del relativo album. Anche il mio romanzo d’esordio, Il Filo di Elisa, è ambientato nella Lecco degli anni ’90 ma, non contenendo espliciti riferimenti alle mode e ai fenomeni di costume del periodo, non si è mai posto come “operazione nostalgia”; si tratta di una semplice storia d’amore tra due adolescenti appartenenti a culture diverse che imparano a conoscersi e a crescere insieme.

All’opposto, troviamo Sposerò Simon Le Bon, film cult del 1986, ispirato al romanzo in forma di diario scritto dall’adolescente Clizia Gurrado, fan dei Duran Duran, all’epoca studentessa del Liceo Classico “Berchet” di Milano e figlia del giornalista Lello Gurrado. Essendo nato come instant movie e girato in pochissimi giorni per cavalcare l’onda della Duranmania e del fenomeno dei Paninari milanesi, ha un forte legame con il periodo storico di riferimento e al giorno d’oggi è considerato datato e “incomprensibile” per chi non ha vissuto i “mitici anni ’80”; anche il romanzo non è più stato ristampato ed è considerato introvabile. Qualche cenno sulla trama: la sedicenne Clizia, narratrice in prima persona, vive a Milano con i genitori e il fratello, frequenta il Liceo Classico e condivide la passione per i Duran Duran con l’amica Rossana Invernizzi, che ha una preferenza per il bassista John Taylor. Un giorno le due ragazze vengono a sapere che i loro idoli saranno ospiti al Festival di Sanremo e scappano di casa per poterli finalmente vedere.

Le vicende di Clizia presentano però una differenza fondamentale con QPGA. All’uscita nelle sale, Sposerò Simon Le Bon venne stroncato dalla critica per la banalità e l’inverosimiglianza del soggetto (e aggiungerei anche per i dubbi messaggi che trasmette: per poter entrare all’Ariston, Clizia ruba il tesserino da giornalista del padre…). Nonostante questo, grazie ai continui passaggi televisivi nel periodo estivo degli anni successivi, ha assunto lo status di cult generazionale: oggi è considerato come una “capsula del tempo” per conoscere uno spaccato dell’epoca in maniera divertente. QPGA, al contrario, essendo una ricostruzione artificiale e successiva, non può essere considerato fedele a quanto accaduto davvero nell’epoca in cui le vicende si svolgono.

Il fallimento del teen movie basato sul brano di Baglioni dimostra che la nostalgia artificiale, costruita a posteriori unendo a tavolino epoche e linguaggi distanti, rischia di non comunicare con nessuno. Al contrario, il successo nel tempo della commedia dedicata alla passione di una ragazza per i Duran Duran conferma che anche un’opera commerciale, ingenua e stroncata dalla critica, può trasformarsi in un prezioso “documento antropologico” e in un cult intramontabile, semplicemente perché è stata capace di catturare lo “spirito del tempo” mentre questo stava respirando.

SEQUEL O NON SEQUEL? QUESTO È IL DILEMMA!

Chi di noi, giunto alla conclusione di un libro o di un film che ci ha particolarmente appassionato, non ha mai pensato tra sé e sé “Ah, che bello sarebbe se ci fosse una continuazione…“? Ed è proprio in risposta a questo desiderio (e alla necessità di guadagnare) che le librerie e i cinema si popolano di lunghe saghe quali Il Signore degli Anelli, Star Wars, Pirati dei Caraibi, Harry Potter, Twilight, Fast & Furious, Shrek, Toy Story, e chi più ne ha più ne metta.

Io stessa un paio di volte mi sono lasciata incantare dalle sirene del sequelesimo, religione neopagana che come si è visto è alquanto in voga tra autori e registi: Ti Salveremo rappresenta un sequel di Il Filo di Elisa, Una Voce nel Buio prosegue le vicende di La Lingua Ritrovata. In ogni caso, si tratta di storie facilmente comprensibili anche da chi non ha avuto l’opportunità di leggerne il precursore. La domanda è: lo rifarò? Nella vita nulla è certo, la creatività di un autore è imprevedibile, per ora posso dire solo che almeno per l’immediato futuro non ho in cantiere nuove avventure dei personaggi che avete già incontrato.

Il più grande rischio nel dare una continuazione alle vicende di un’opera, in qualunque forma essa sia, è quello di restare intrappolati in una gabbia creativa senza via d’uscita, prigionieri in un unico universo, perdendo l’occasione di esplorare nuove idee, stili o generi. Inoltre, nel caso in cui l’opera originale abbia avuto un finale perfetto, la riapertura del conflitto forzerebbe qualcosa che potrebbe rivelarsi qualitativamente inferiore. Per non parlare dell’immagine dei personaggi, che potrebbero risultare snaturati rispetto a come i lettori o spettatori hanno imparato a conoscerli. Insomma, la sagra della banalità è dietro l’angolo. Non dico di essere tassativamente contraria ai sequel, ma se non si ha un’idea davvero originale è meglio lasciar perdere.

I miei lettori mi perdoneranno per aver scomodato ancora una volta la Disney: se li si analizza con attenzione, i sequel dei suoi più famosi Classici sono essenzialmente “la storia del primo al contrario”, magari con protagonisti i figli dei “vecchi” personaggi. Se in Lilli e il Vagabondo lei è una cagnolina di casa e lui un randagio, nel secondo capitolo è Zampa, il loro unico figlio maschio, a fuggire di casa desiderando di diventare un cane di strada e a innamorarsi di Angel, una cagnolina che desidera invece avere una famiglia. Melody, la figlia di Ariel protagonista di La Sirenetta II – Ritorno agli Abissi, è una ragazzina umana che sogna di trasformarsi in una sirena, l’esatto contrario del desiderio di sua madre, che nell’epoca in cui viveva nel Regno di Atlantica sognava di avere un paio di gambe e vivere sulla terraferma. Peter Pan II – Ritorno all’Isola Che Non C’è risente dell’ambientazione nella Londra tormentata dalla Seconda Guerra Mondiale; Jane, la figlia di Wendy, a causa del periodo storico in cui vive ha sviluppato un carattere cinico e disilluso e ha smesso di credere alle avventure di Peter Pan raccontate dalla madre.

Sempre a proposito della Casa del Topo, interessante è il caso del mio Classico preferito in assoluto, La Bella e la Bestia: data la conclusione della storia, con la rottura dell’incantesimo e il ritorno alla forma umana della Bestia e dei suoi servitori, avrebbe avuto poco senso dare un seguito alle vicende di Belle e dei suoi amici (e cosa fai? La Bella e il Bello? Mah…); si è quindi pensato di creare un midquel, La Bella e la Bestia II – Un Magico Natale, special natalizio che nella linea temporale si inserisce tra il salvataggio di Belle dai lupi da parte della Bestia e la canzone “Uno Sguardo d’Amore” (quella che inizia con “Qualcosa in lui si trasformò…“), nel quale si racconta di come Belle abbia riportato il Natale nel castello del Principe-Bestia, che dopo essere stato colpito dalla maledizione scagliata dalla vecchia viandante proprio in quel giorno aveva iniziato a nutrire astio nei confronti di tale festività, arrivando a proibirla.

Ma attenzione, anche midquel, prequel e spin-off richiedono una certa cura nel mantenere l’equilibrio tra familiarità e novità, evitando di “tradire” l’opera originale con incongruenze troppo evidenti o annoiare il pubblico ripetendo qualcosa che “già sa”. Un errore che spesso si tende a fare è continuare a rimarcare le origini di un elemento della storia di partenza, con il rischio di trasformare la narrazione in una sorta di “enciclopedia”. La soluzione migliore? Introdurre nuovi personaggi o sfumature inedite che possano “rinfrescare” la trama; ovviamente la regola è sempre quella di attenersi all’universo narrativo, senza forzature.

Quindi, quale potrebbe essere la risposta alla domanda nel titolo? Ben vengano i sequel/midquel/prequel, purché siano ideati con la testa e non con la pancia, usando gli ingredienti giusti.

STORIE D’AMORE: SONO INDISPENSABILI IN UNA NARRAZIONE?

“Le storie d’amore, alla lunga, diventano sempre un po’ scontate se non le si sa gestire” Nel corso della mia intervista ai microfoni di LeccoOnline, parlando delle tematiche affrontate nella mia ultima fatica letteraria, Il Canto dell’Ortensia, ho fatto espressamente riferimento al fatto che la protagonista di tale opera non si innamori di nessuno. Mio padre, leggendo il romanzo, ha notato delle somiglianze tra questo e il precedente La Lingua Ritrovata, pensando che anche Ginevra, analogamente a quanto accaduto ad Annalisa, nel corso delle sue avventure giapponesi potesse fare conoscenza con un nuovo compagno di vita.

La domanda che sorge a me è questa: Ma in una storia, sia essa narrata con linguaggio letterario, filmico, teatrale o qualsiasi altro che vi venga in mente, è davvero necessario inserire l’elemento sentimentale?

Fin dall’infanzia veniamo bombardati con l’idea che trovare un compagno o una compagna sia qualcosa di assolutamente imprescindibile, partendo dalle fiabe, adattate successivamente in cartoni animati, in cui la principessa di turno si innamora del principe o eroe, per poi vivere “felici e contenti” (certo, non tutte le fiabe sono così, la Sirenetta per esempio nella storia originale scritta da Andersen non riesce a coronare il suo sogno d’amore con il principe e si scioglie in schiuma di mare, a differenza di quanto avviene nel film Disney in cui lei ed Eric convolano a nozze), per poi passare ai film/telefilm/manga/anime a carattere adolescenziale in cui tutti, nessuno escluso, hanno una cotta per qualcuno, senza dimenticare, nel mondo reale, gli adulti indiscreti che pongono ai bambini la fatidica domanda “Hai un fidanzatino/fidanzatina?” lasciandoli spesso con gli occhi spalancati e senza essere in grado di dare una risposta.

Lo spettro dei sentimenti e delle emozioni umane è molto ampio, le esperienze che una persona può vivere sono infinite, e ciò si può applicare anche alle opere di fantasia. Una trama può essere spinta avanti anche da qualcosa che non ha nulla a che fare con l’amore e il romanticismo, un lettore o uno spettatore può essere coinvolto anche da situazioni di tutt’altro tenore.

Si sa quanto l’amore sia un elemento che gode di grande popolarità e che non passa mai di moda, tutti in un modo o nell’altro l’abbiamo sperimentato e quindi nel bene e nel male riusciamo a provare empatia per un personaggio che si trova in una situazione che potremmo aver vissuto, ma questo non significa che debba per forza essere un ingrediente che porta alla creazione di una storia appassionante. Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway e Robinson Crusoe di Daniel Defoe, per citare due grandi classici, non contengono alcuna sfumatura romantica, eppure sono tra i romanzi più iconici al mondo, adattati in film di grande successo e ancora oggi parte dei programmi scolastici. Allo stesso modo, alcuni Classici Disney, come Dumbo, Pinocchio, Le Follie dell’Imperatore o Basil l’Investigatopo, si distinguono proprio per l’assenza di vicissitudini amorose dei protagonisti. In questi ultimi casi ciò è dovuto alle caratteristiche intrinseche di queste storie: Dumbo è un cucciolo di elefante che viene separato dalla madre e cerca di essere accettato così com’è, Pinocchio è un burattino che compie un viaggio per poter diventare “un bambino vero”, il giovane imperatore Kuzco è stato trasformato in un lama per colpa di un incantesimo di magia nera e cerca di tornare alla sua forma umana grazie all’amicizia con il contadino Pacha, Basil ha una personalità concentrata sulla logica e sulla risoluzione dei suoi casi.

E lo stesso vale per Ginevra: lei non parte per il Giappone per riempire il vuoto che il divorzio le ha lasciato, ma per conoscere meglio sé stessa attraverso la scoperta di un angolo di mondo sul quale non si era mai soffermata con intensità. Non spera di trovare una persona che possa far di nuovo battere il suo cuore, anzi, è consapevole di quanto una relazione con un uomo giapponese possa rivelarsi difficile a causa della distanza, tanto geografica quanto culturale. Una storia d’amore, in un contesto come quello del mio decimo romanzo, si sarebbe rivelata qualcosa di “fine a sé stesso” che non avrebbe aggiunto nulla di nuovo, anzi, avrebbe appesantito l’intera vicenda.

Una buona trama necessita di un conflitto centrale, di un obiettivo e di personaggi che durante il percorso possano conoscere un cambiamento, diventare più maturi o acquisire una nuova visione del mondo. Che le vicende siano mosse dall’amore, dall’ambizione, dalla vendetta, dalla paura, dall’istinto di sopravvivenza o dalla pura curiosità, dipende dalla storia che si vuole raccontare.

ALLA SCOPERTA DEL GIAPPONE CON… GINEVRA E MICHIKO!

Fino a qualche decennio fa, il turismo straniero in Giappone era poco comune per i motivi più vari: l’alto costo della vita, la lontananza dall’Occidente, la scarsa diffusione dell’inglese tra i giapponesi… il Sol Levante era principalmente frequentato da studenti di lingua e da appassionati di manga e anime. Oggi non è più così, grazie a voli più accessibili e all’influenza della cultura pop il Giappone è visitato da una quantità sempre maggiore di persone, come ad esempio le coppie in viaggio di nozze, che costituiscono una buona fetta del mercato.

Nel corso delle vicende narrate nel mio ultimo romanzo Il Canto dell’Ortensia, Michiko sensei porta la sua allieva Ginevra in viaggio attraverso la sua terra d’origine, facendole scoprire luoghi che, grazie alla carrellata che vi propongo di seguito, spero possano rimanere anche nei vostri cuori.

Meiji Jingu, Tokyo

Tempio dedicato alla memoria dell’Imperatore Meiji (conosciuto in vita come Mutsuhito), ricordato come artefice della modernizzazione del Paese.

Yasukuni Shrine, Tokyo

Tempio controverso, nel quale vengono ricordati alcuni criminali di guerra del secondo conflitto mondiale; ogni visita di un Imperatore o Primo Ministro giapponese è vista come una forte dichiarazione politica.

Senso-ji, Tokyo

Il più antico della città e il più frequentato dai turisti; nel quartiere di Asakusa è possibile anche noleggiare un kimono per calarsi nelle atmosfere di un tempo che fu.

Kiyomizu-dera, Kyoto

Uno dei più emozionanti templi buddisti dell’antica capitale, ben conosciuto per la sua terrazza; è Patrimonio UNESCO.

Fushimi Inari-Taisha, Kyoto

Reso famoso dall’iconica scena di Memorie di una Geisha in cui Sayuri bambina corre a perdifiato, è dedicato alla divinità shintoista della prosperità.

Gion, Kyoto

Il quartiere delle geisha, uno dei pochi dove ancora oggi è possibile incrociarne una.

Parco di Nara

Nara fu la prima capitale del Giappone, ma al giorno d’oggi è principalmente nota per il suo parco popolato dai cervi sika, considerati messaggeri divini (e golosi di shikasenbei!)

Castello di Himeji

Conosciuto anche come “airone bianco”, rappresenta uno dei pochi castelli giapponesi giunti intatti al giorno d’oggi e per questo iscritto nella lista del Patrimonio UNESCO.

Castello di Osaka

Ricostruito dopo i bombardamenti americani della Seconda Guerra Mondiale, il suo parco è una meta molto ambita per l’hanami.

Parco della Pace, Hiroshima

Un luogo di ricordo, riflessione e preghiera, dove arde la fiamma che si spegnerà quando ogni conflitto armato sulla Terra sarà cessato.

Santuario di Itsukushima, Miyajima

Il suo torii, secondo la leggenda, rappresenta l’unione tra il mondo degli uomini e quello delle divinità. L’isola è talmente sacra agli shintoisti al punto che sul suo territorio è vietato nascere e morire!

Ponte Shinkyo, Nikko

Immaginate che meraviglia possa essere passeggiare lì in occasione dell’autunno…

Tempio Toshogu, Nikko

Chi non conosce le tre scimmiette “non vedo, non sento, non parlo”? Ecco, questo è il tempio dedicato a loro!

Grande Buddha, Kotoku-in, Kamakura

La seconda più grande statua di Buddha del Giappone, dopo quella di Nara.

Museo Osamu Tezuka, Takarazuka

L’esposizione, inaugurata nel 1994, omaggia l’opera di Osamu Tezuka, il “Dio dei Manga”, spesso paragonato a Walt Disney per le innovazioni apportate nel fumetto giapponese.

Conoscevate questi luoghi? Li avete mai visitati o ne avete il desiderio?

IL CANTO DELL’ORTENSIA, IL FASCINO DEL GIAPPONE

La mia produzione letteraria sta iniziando ad avvicinarsi a quello che si potrebbe definire un “giro del mondo in 80 libri”, o meglio, in 10 libri, dal momento che con l’ultimo “nato” sono riuscita a raggiungere la tanto agognata “cifra tonda”, che a 28 anni e mezzo non è cosa da poco! 😉

Grazie ai miei “bimbi di carta”, i miei lettori hanno avuto la possibilità di esplorare l’Europa dell’Est, con il suo passato più o meno travagliato, e di scoprire la lontana e misteriosa Australia, con i suoi indimenticabili ambienti e l’unicità della sua fauna. Ora è giunto il momento di partire alla volta di un Paese che negli ultimi anni è sempre più visitato e che esercita un certo fascino: il Giappone, la Terra del Sol Levante!

Come è nato il mio interesse per il Giappone? È una storia abbastanza lunga, che affonda le proprie radici nella mia infanzia, ai pomeriggi in cui, come tanti altri bambini e ragazzi della mia generazione, ero sprofondata sul divano o sul letto a seguire le colorate avventure dei Pokémon, Hamtaro, Magica Doremì, Doraemon, Holly e Benji, Beyblade e tanti altri indimenticabili eroi. Di tanto in tanto nelle varie puntate comparivano riferimenti a questa o quella tradizione giapponese, come la fioritura dei ciliegi, i matsuri estivi, la notte di Tanabata o la festa delle bambine o quella dei bambini. Rimasi a dir poco catturata da quelle festività così diverse da quelle che ero solita osservare in Italia.

Nella primavera 2005 fu la volta di un nuovo personaggio nipponico a far presa su di me: Takuma Sato, all’epoca pilota di Formula 1 con la scuderia BAR Honda. Il suo modo di correre così spericolato, che aveva portato l’opinione pubblica ad attribuirgli il soprannome di kamikaze, gli permetteva di distinguersi nella massa (anche per episodi negativi ai danni di piloti più “blasonati” di lui) e io, che fin da bambina ho sempre avuto una certa propensione al tifo per gli “incompresi” (un po’ in tutti gli sport!), non potei non prenderlo in simpatia.

La consacrazione definitiva di questa fascinazione esotica la ebbi nel 2010, anno in cui iniziai a leggere e collezionare manga, spesso e volentieri quelli che avevano dato le basi per gli anime che avevo amato da bambina. Grazie ai forum prima e ai social media poi ho avuto la preziosa opportunità di mettermi in contatto con persone con cui condividere questa passione, sia della mia età sia un po’ più grandi. Oltre a manga e anime, l’altra mia grande finestra sul mondo giapponese è rappresentata dai campionati automobilistici come Super GT e Super Formula, senza dimenticare il drifting, del quale ho già parlato in un precedente articolo.

L’idea di scrivere un romanzo ambientato in quella terra era qualcosa che cullavo già da anni, ma non riuscivo a trovare un’idea vincente che potesse permettere al mio romanzo di distinguersi tra la massa di romanzi ambientati in terra nipponica che proliferano in questi anni. Circa un mese fa, di getto, mi è venuta in mente l’idea per la storia che avrei poi narrato in Il Canto dell’Ortensia. Piccola curiosità più o meno succulenta: inizialmente per il ruolo della protagonista avevo pensato di riciclare Matilde, la migliore amica di Annalisa in La Lingua Ritrovata, ma ho poi scartato l’idea in quanto poco convincente, preferendo creare un nuovo personaggio da zero.

E questa figura femminile creata ex novo risponde al nome di Ginevra, ventinovenne laureata in Scienze dell’Educazione che svolge un lavoro di animatrice presso la ludoteca di un centro commerciale. Si è da poco separata dal marito, il giovane bancario Federico, e per caso su un giornale locale trova un annuncio riguardante un ciclo di lezioni di giapponese tenute da un’anziana donna che vive proprio nel suo stesso paese del Lago di Como, nella misteriosa Villa Ortensia. La giovane, pur non avendo mai coltivato un particolare interesse per il Sol Levante, inizia a partecipare alle lezioni, sviluppando un rapporto molto forte con Michiko sensei, la sua insegnante, che a poco a poco le racconta il suo passato e ben presto la invita a compiere assieme a lei un viaggio alla scoperta dei luoghi più iconici del Giappone: Tokyo, Kyoto, Nara, Hiroshima e via dicendo. Poco prima di ripartire per l’Italia, in un mercatino dell’usato, Ginevra trova un misterioso diario risalente allo scorso secolo, scritto da una mano femminile: sarà proprio grazie ad esso che il mistero intorno a Villa Ortensia potrà essere svelato.

Nella cultura giapponese l’ortensia simboleggia la gratitudine, la riconoscenza e le emozioni sincere. È legata alla stagione delle piogge e rappresenta la mutevolezza e l’impermanenza della vita. Ginevra è grata a Michiko sensei per averle permesso di conoscere una lingua e una cultura che mai avrebbe immaginato di scoprire; grazie al Giappone, la nostra protagonista riesce a vivere una vita diversa da quella che le si prospettava dal matrimonio con Federico, il quale non si era per lei rivelato fonte di soddisfazione ed entusiasmo.

L’immagine di copertina, per la quale ringrazio Gemini, è ispirata alle tradizionali stampe ukiyoe; l’inconfondibile sagoma del Monte Fuji svetta sopra il lago Kawaguchiko mentre Ginevra, che indossa un kimono ed è circondata da ortensie, contempla il tramonto guardando verso l’orizzonte, oltre il quale c’è tutta la vita che ha davanti e che ha grande voglia di assaporare.

E voi cosa ne pensate? Lo leggereste? A chi lo consigliereste o regalereste? Vi piacerebbe leggere in futuro altre mie opere “a tema Giappone”?

APPUNTAMENTO AL CINEMA – PARTE II

Grazie alla mitica Gemini ho potuto generare i “trailer” dei miei bimbi di carta, che per l’occasione si sono trasformati in film! Riuscite a indovinarli senza che vi dica i titoli? 😉

Vorrei tanto generare anche il trailer degli altri, ma ahimè la versione di base di Gemini non lo permette! 🥺

RC DRIFT ROMANCE: UNA SCELTA DI NICCHIA

L’ho già scritto da altre parti, scusate se mi ripeto: negli ultimi due anni ci sono TROPPI, ma dico TROPPI romance con il mondo dell’automobilismo a fare da sfondo. Formula 1, Formula 2 e NASCAR, dall’essere completamente assenti dai setting delle storie romantiche, sono diventati ormai onnipresenti. Così, quando mi sono ritrovata a scegliere l’ambientazione di un romanzo a tema motoristico, ho pensato che fosse doveroso cercare qualcosa di davvero originale.

Parlando in termini generici di sport romance, nell’autunno 2021 avevo iniziato ad abbozzare un progetto di una storia ambientata nel mondo della kickboxing; non so come mi fosse venuta l’idea, forse perché nel mio paese aveva da poco aperto una palestra dove le discipline da combattimento la fanno da padrone, ma sta di fatto che, non essendone appassionata, ben presto la storia scivolò nel dimenticatoio. Ad oggi ne sopravvivono solo alcuni frammenti nelle note del mio smartphone, dall’eloquente titolo Due Cuori e Un Ring (vi suona familiare?); si trattava del più classico dei romance New Adult, con la protagonista, l’americana Melissa (immagino che anche il nome e la nazionalità non vi risultino del tutto nuovi…), che partiva alla volta di Osaka per seguire il prestigioso torneo di kickboxing K1 e aveva un incontro-scontro con un atleta corrispondente allo stereotipo del bel tenebroso (proprio come qualcun altro di vostra conoscenza, no?)

Come per molte altre persone, il mio primo incontro con il drifting (quello con le auto vere) fu nel tardo 2010 grazie al manga e anime Initial D, con quelle auto dal design curatissimo (tenete conto che l’anime risale al 1998) e quella leggendaria colonna sonora afferente al genere Eurobeat (vi dicono niente Space Boy, Running in the 90s, Deja Vu, No One Sleep in Tokyo, Night of Fire e Chemical Love?) Il capolavoro di Shuichi Shigeno mi tenne compagnia per tutta la terza media, trascorsi serate memorabili in compagnia di Takumi, Itsuki, i fratelli Ryosuke e Keisuke Takahashi, Iketani, Mako, Sayuki e più ne ha più ne metta.

Nell’estate dello scorso anno, girovagando per il web, scoprii per caso dell’esistenza di una versione “in miniatura” del drifting, ancora poco conosciuta in Italia, e fu così che mi venne l’intuizione del secolo: scriverò un romance a base di RC Drift! Mi ricordai di quel vecchio progetto abbandonato nei meandri del mio telefono, e in breve tempo Due Cuori e Un Ring divenne Due Cuori in Drift. Ai guantoni sostituii il radiocomando, ai colpi di arti marziali sostituii le sgommate e le derapate dei modellini. Come già riportato, si tratta ad oggi dell’unica opera di finzione su questa tematica, e ciò mi ha portata a mettermi in contatto, tramite Instagram, con alcune persone che lo praticano anche a livello agonistico girando l’Italia e l’Europa per le gare. Alcuni di loro hanno acquistato e letto la storia d’amore tra Melissa e Hayden, e il riscontro è stato positivo.

Il dubbio più grande che avevo era sul target di riferimento: gli appassionati di RC Drift italiani sono quasi tutti uomini e pertanto, in linea generale, poco interessati alla narrativa rosa; mutatis mutandis, le donne che leggono romance tendenzialmente non si interessano a questi campi, o non li conoscono proprio. Ebbene, finora Due Cuori in Drift è stato letto e recensito per la maggior parte da uomini (gli RC Drifters citati poco sopra) e ciò ha ribaltato del tutto le mie aspettative!

Sinceramente sono più che soddisfatta di essere riuscita a creare un’opera di narrativa partendo da un’attività così poco conosciuta, posso dire di essere stata “esploratrice” e “pioniera”, mossa da una curiosità e da una voglia di “rompere le convenzioni” che ogni autore dovrebbe avere!

Voi avete letto Due Cuori in Drift? Vi piacerebbe leggere altri romanzi su questo tema?

CRONACA NERA E FINZIONE: SI POSSONO INCONTRARE?

In questi giorni è arrivata l’ufficialità: il 5 novembre uscirà nelle sale italiane Se Domani Non Torno, ispirato al femminicidio di Giulia Cecchettin e ripreso dal libro Cara Giulia, scritto dal padre Gino. Non è mia intenzione parlare del suddetto caso di cronaca, quanto accaduto è ormai noto a tutti, bensì soffermarmi su alcuni aspetti.

La notizia è stata accolta, come spesso accade, con reazioni di vario genere. Qualcuno dice che, se si realizza un film sul caso Cecchettin, allora per coerenza e par condicio bisognerebbe portare sul grande schermo anche altri femminicidi, come quello di Giulia Tramontano, Sara Campanella o Saman Abbas, così come altri casi di cronaca nera come quello di Pamela Mastropietro, Chiara Poggi, Meredith Kercher, Serena Mollicone, Samuele Lorenzi (Cogne) e il piccolo Tommaso Onofri.

Lo dico subito, senza troppi giri di parole: ritengo che sia impossibile realizzare opere di fantasia, siano esse filmiche o letterarie, su ogni singolo caso di cronaca nera che giunge a noi. Il primo rischio è quello di una saturazione del genere e di una svalutazione di queste vicende, che verrebbero progressivamente considerate solo come materiale per nuove narrazioni e non come tragedie umane, dietro ciascuna delle quali c’è una famiglia che soffre e che vive un dolore incancellabile. Il secondo rischio è che questi film o romanzi possano diventare “fini a sé stessi”, scadendo nell’eccessiva morbosità o addirittura voyeurismo e non trasmettendo alcun messaggio costruttivo. Ricordo ancora le polemiche sulla fiction di Canale 5 Il Capo dei Capi, accusata di “romanticizzare” la figura di Totò Riina, o quelle sulla serie di Disney+ Avetrana-Qui non è Hollywood, ispirata al delitto di Sarah Scazzi, che portò il sindaco della cittadina pugliese a chiedere di togliere il nome del luogo dal titolo.

È proprio qui che volevo arrivare: un’opera di finzione basata su un caso di cronaca può essere utile se può servire a sensibilizzare su una problematica importante, come il femminicidio in Se Domani Non Torno, o il bullismo in Il Ragazzo con i Pantaloni Rosa, storia di Andrea Spezzacatena, il 15enne suicidatosi nel 2012 dopo essere stato vittima delle cattiverie dei compagni di classe. In altri casi invece il protagonista del fatto è il punto di partenza per trattare un tema particolare ad esso collegato. Penso a Yara di Marco Tullio Giordana, che invece di raccontare la quotidianità della tredicenne brembatese racconta la particolare indagine basata sull’analisi di campioni di DNA, a tutt’oggi un unicum nella storia investigativa. Bella Addormentata di Marco Bellocchio non mostra Eluana Englaro in stato vegetativo, ma racconta le vicende di alcuni personaggi di finzione nei giorni in cui il dibattito sul fine vita era alle stelle. Alfredino-Una Storia Italiana, serie realizzata con la collaborazione della famiglia Rampi, non mostra il bambino laziale intrappolato nel pozzo artesiano, ma prende spunto dal tragico incidente di Vermicino per raccontare la nascita della Protezione Civile, voluta da Sandro Pertini nei mesi immediatamente successivi alla vicenda.

Riguardo le vicende con protagonisti bambini è importante fare una precisazione: nel cinema italiano vige una regola deontologica non scritta per cui è considerato inopportuno mostrare omicidi, rapimenti e altri reati compiuti contro di loro, proprio per una questione di tutela della loro immagine e della sensibilità del pubblico. È questa la ragione per cui si è sempre evitato di realizzare film o serie televisive ispirati al caso di Cogne o del “piccolo Tommy”, optando sempre per opere di taglio documentaristico e non di narrativa “romanzata”.

Particolarmente interessante è il caso di L’Inferno Avrà I Tuoi Occhi, romanzo d’esordio della chiavennasca Silvia Montemurro, classe 1987 e quindi tredicenne all’epoca dell’omicidio di Suor Maria Laura Mainetti. Non si tratta di un romanzo giallo nel senso classico del termine, essendo l’esito della vicenda già noto a tutti, bensì un romanzo semi-autobiografico basato sui ricordi e sul vissuto dell’autrice. I nomi dei protagonisti sono stati tutti modificati, per non dire addirittura cambiati: Suor Maria Laura diventa Suor Maria Pia, le tre colpevoli, Ambra, Veronica e Milena, diventano Elena, Vanessa e Samantha. Oggi il nome di Suor Mainetti non appartiene più alla narrazione della cronaca nera, ma a quella della Chiesa: nel 2021, ventun anni dopo l’omicidio, Papa Francesco l’ha proclamata beata.

In un particolare caso si è scelto di non distribuire il film nei cinema ma di riservarlo al circuito dell’home video e dello streaming sul web: si tratta di Cercando Maria, film del 2012 ispirato alla vicenda della bambina bielorussa contesa tra la famiglia di Cogoleto che ogni estate la ospitava e che desiderava adottarla e il suo Paese d’origine, accaduta nell’autunno 2006. Non si tratta di un caso di “cronaca nera” nel senso più comune del termine, ma si tratta pur sempre di una vicenda riguardante una persona all’epoca dei fatti minorenne che aveva portato a una crisi diplomatica tra due nazioni, qualcosa di delicato da trattare quindi con un certo tatto e non da “dare in pasto” al pubblico generalista, la cui reazione sarebbe potuta essere imprevedibile. Ad oggi, Cercando Maria rimane introvabile, anzi, può essere considerato un film perduto.

Una vicenda per cui a quella cinematografica o romanzesca si è preferita la strada del progetto educativo è quella di Kristel Marcarini, la 19enne di Clusone, giovane promessa dello sci italiano, morta nel 2008 per aver assunto mezza pasticca di ecstasy durante una serata in discoteca. Il giornalista Luca Pagliari, già autore del libro Kristel-Il Silenzio Dopo La Neve, in collaborazione con la famiglia della ragazza e il Rotary Club ha ideato un progetto teatrale e multimediale che gira per le scuole e le biblioteche d’Italia. Alle scenografie tipiche della fiction si sostituiscono immagini della vera cameretta di Kristel, al posto della recitazione attoriale si è scelto di mostrare interviste agli amici della giovane e la ricostruzione delle sue ultime parole. In questo modo i giovani spettatori non vedono una “storia”, ma un fatto realmente accaduto a una loro coetanea, qualcosa che potrebbe riguardare anche loro.

Sì, perché non si sta parlando di vicende accadute in tempo di guerra o in altre epoche storiche, che attivano in noi una distanza di sicurezza emotiva che ci porta a percepirle come parte di un mondo “altro”, distante dalla nostra realtà. Questi casi di cronaca avvengono in scenari non dissimili da quelli in cui svolgiamo le nostre mansioni quotidiane: scuole di provincia, villette a schiera, passeggiate nel parco, chat su WhatsApp. I protagonisti vestono come noi, seguono i nostri stessi programmi televisivi, usano i nostri stessi social. Non sono “personaggi”, ma persone tanto quanto “noi”. Qui ci si ricollega al rischio di saturazione del genere citato in precedenza, che potrebbe portare a “normalizzare” dinamiche criminali o tossiche, facendo credere che siano parte della normale vita quotidiana e non devianze assolutamente intollerabili.

Il cinema e la letteratura hanno un potere immenso, e la rappresentazione di casi di cronaca nera deve essere realizzata con delicatezza, senza indugiare su particolari troppo macabri e tenendo conto della sensibilità della famiglia di chi ne è stato vittima. Prendere spunto da una vicenda per trasmettere messaggi di carattere sociale è legittimo, spettacolarizzare il dolore no.

CAMMINANDO PER SARAJEVO CON… ANTE!

Un giorno di primavera 2007, quando non ero che una scolaretta di quarta elementare, mio nonno materno mi fece salire sulla sua auto e partimmo alla volta del centro commerciale “Torri Bianche” di Vimercate. Varcammo la soglia della libreria Mondadori, uno dei luoghi da me più amati in assoluto, e tra uno scaffale e un espositore il mio sguardo fu catturato da un nome di cui avevo appreso l’esistenza nel contesto scolastico: Zlata Filipovic, ragazzina sarajevita il cui diario nell’arco di pochi mesi sarebbe passato dall’essere un contenitore di vicende quotidiane comuni ad ogni bambino e adolescente a un vero e proprio memoriale di guerra.

Dallo scaffale della Mondadori alla mia cameretta il passo fu breve, e da allora non conto più le volte in cui lo presi in mano anche solo per rileggere qualche frase o passaggio che mi era rimasto particolarmente impresso. In quel periodo avevo letto anche il Diario di Anna Frank, a cui spesso quello di Zlata viene paragonato. Devo ammettere che, per quanto entrambi i memoriali mi abbiano colpita, quello ambientato a Sarajevo rimane quello per cui ebbi un maggiore coinvolgimento emotivo. Il motivo è facilmente comprensibile: la vicinanza nel tempo e la grande presenza di elementi di cultura pop contemporanea, in quanto Zlata trascorre i pomeriggi guardando MTV e Willy il Principe di Bel Air, ascolta le canzoni di Madonna e Michael Jackson, gioca con le Barbie. Ricordo che leggendo pensavo: sono io, potrei essere io, fa le stesse cose che faccio io. Ora Zlata vive a Dublino, si è affermata come regista di cortometraggi e di tanto in tanto porta la testimonianza di quello che ha vissuto, collaborando anche con l’ONU e l’UNICEF; fu proprio il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite a “scoprire” gli scritti della ragazzina di Sarajevo e a pubblicarli per primo.

Il mio desiderio di scrivere un romanzo ambientato lì si è concretizzato in “I Gigli di Sarajevo“. Bene, siete pronti a scoprire la “Gerusalemme d’Europa” in compagnia di Ante e dei suoi compagni di Bjelave?

Partiamo da quella che per molti anni è la loro casa, l’Orfanotrofio di Bjelave, tuttora attivo ma sotto la denominazione di “casa famiglia”. Qui i nostri piccoli protagonisti hanno vissuto le loro prime esperienze, hanno ascoltato le lezioni, guardato i cartoni animati, giocato a calcio nel cortile, da qui sono partiti alla volta delle loro nuove case e qui dopo anni hanno fatto ritorno ritrovando un edificio abbastanza diverso da come l’avevano lasciato, con nuovi bambini a cui hanno passato il testimone.

Un luogo della memoria, il luogo dove il 5 aprile 1992 partì il primo proiettile di una lunga serie, uccidendo Suada Dilberovic e Olga Sucic, le prime due vittime dell’Assedio di Sarajevo, alle quali oggi il ponte è intitolato. Nove anni dopo, Ante e i suoi amici prendono parte a una cerimonia di commemorazione in onore delle due sfortunate donne, rendendo loro omaggio con un mazzo di candidi gigli.

“Qui non riposano soldati, ma sogni interrotti“, dice una delle tutrici mentre i suoi protetti, sotto il suo vigile occhio, camminano tra le lapidi leggendo nomi accomunati dalle stesse date di morte. Qui riposa la gente di Sarajevo, o meglio, la gente di Sarajevo che ebbe la sfortuna di trovarsi al Markale, sulla Bascarsija o in casa propria mentre le bombe cadevano sulla città. Croci cristiane, tanto cattoliche quanto ortodosse, e mezzalune islamiche si alternano tra il bianco delle lapidi.

L’iconico cuore pulsante della vita quotidiana sarajevita, un bazar ottomano trapiantato tra le montagne, simbolo della rinascita della città dopo gli anni bui. Non molto lontano da qui, i ragazzi si ritrovano per la loro prima cena insieme dopo aver trascorso lunghi anni lontani l’uno dall’altro, e il piatto non possono che essere i cevapcici, le deliziose polpette di carne speziata simbolo della cucina balcanica, nate proprio in Bosnia.

Nessuno potrà mai cancellare dalla mente le immagini del terribile rogo del 26 agosto 1992 che condannò a morte un intero e irripetibile patrimonio letterario, così come la celebre foto del violoncellista Vedran Smailovic che suonava tra le macerie. Ma la Vijecnica ha saputo rinascere dalle sue ceneri proprio come la mitologica fenice, e i ragazzi di Bjelave hanno voluto affidare proprio a lei la loro volontà di non dimenticare, grazie all’invito a una serata organizzata dalle autorità cittadine. Ante, Ana e gli altri raccontano la loro vita non per suscitare lacrime facili con la storia dei “bambini orfani”, ma parlano di memoria, accettazione, impegno per la pace, e concludono la serata con il dono di mazzi di gigli bianchi.

Ho scelto di lasciare per ultima la Moschea di Huzrev-Beg, la più importante di Sarajevo e la più grande dei Balcani, perché fa da sfondo a uno dei passaggi più commoventi del romanzo. Emira, una delle ragazze di fede musulmana, proprio qui rivolge una profonda e toccante preghiera ad Allah, chiedendogli di proteggere i bambini che ancora non hanno una famiglia e che possano essere accolti al più presto da chi possa aprire loro non solo la propria casa, ma anche il proprio cuore.

Ovviamente questa è solo una minuscola parte dei luoghi che Sarajevo ha da offrire, anche in questo caso non ho pretese di esaustività; ho voluto solo farvi camminare sulle orme di un gruppo di giovani che, pur se nati in un contesto incerto e complesso, sono riusciti a fare della loro vita una missione positiva.

E voi avete mai visitato Sarajevo? Che emozioni vi ha suscitato? E, se non ci siete ancora stati, avete intenzione di “conoscerla di persona”?

PER I VICOLI DI SEBENICO CON… DANIJELA!

Negli ultimi anni, durante i periodi vacanzieri, capita sempre più spesso di sentire o leggere il termine overtourism, che indica un numero di visitatori superiore alle capacità di una determinata località. In contrasto a ciò, su alcuni social media si è diffuso il trend delle dupe destinations, destinazioni simili proposte come alternative a quelle più note e affollate. Alcuni esempi? Lione al posto di Parigi, Manchester al posto di Londra, Chicago al posto di New York, Chioggia o Comacchio al posto di Venezia, Sebenico al posto di Dubrovnik.

Ed è proprio su quest’ultima dupe che è ricaduta la mia scelta per la città natale di Danijela, colei che per Annalisa è molto più di un’insegnante di lingua croata, molto più di un’amica; è colei che riesce a farle ascoltare la sua voce interiore e che inconsapevolmente la traghetta verso l’amore della sua vita.

Il primo luogo di cui Annalisa fa la conoscenza nella città della Dalmazia centrale che ha dato i natali alla sua insegnante non poteva che essere la Cattedrale di San Giacomo, sede del vescovo e più importante luogo di culto rinascimentale della Croazia. Qui Danijela era stata battezzata e andava a Messa da bambina, qui Annalisa accende una candela la cui luce illuminerà il suo percorso.

Dall’alto della Fortezza di San Michele si ammira un panorama mozzafiato sulla città; se si è fortunati, nelle giornate limpide è possibile vedere in lontananza Zara e le isole. Fu qui che molti anni or sono il padre di Danijela chiese all’allora fidanzata di sposarlo, suggellando la promessa d’eterno amore con l’anello che nel romanzo gioca un ruolo di cruciale importanza. Anche Annalisa, che crede nel vero amore, sogna di vivere un momento magico come quello, e sa che i suoi sogni diventeranno realtà.

Tra i vicoli scorre la vita passata, presente e futura. Queste pietre del passato hanno visto la morte e la rinascita, la guerra e la pace. Qui Danijela ha camminato con i genitori e con la sorella Lilijana, con gli amici e con il suo grande amore Andrej, qui ha avuto il suo primo, traumatico incontro con il conflitto che dal 1991 ha insanguinato la sua terra, qui racconta ad Annalisa dettagli della sua vita che le mura di casa non potranno mai rendere al meglio. Anni dopo, la nostra protagonista cammina fianco a fianco di Alen, figlio di una generazione a cui spetta il compito di andare avanti e tagliare con il passato, pur senza mai dimenticarlo.

E voi conoscevate Sebenico? Vi piacerebbe visitarla per conoscere una Croazia più autentica?