L’ho già scritto da altre parti, scusate se mi ripeto: negli ultimi due anni ci sono TROPPI, ma dico TROPPI romance con il mondo dell’automobilismo a fare da sfondo. Formula 1, Formula 2 e NASCAR, dall’essere completamente assenti dai setting delle storie romantiche, sono diventati ormai onnipresenti. Così, quando mi sono ritrovata a scegliere l’ambientazione di un romanzo a tema motoristico, ho pensato che fosse doveroso cercare qualcosa di davvero originale.
Parlando in termini generici di sport romance, nell’autunno 2021 avevo iniziato ad abbozzare un progetto di una storia ambientata nel mondo della kickboxing; non so come mi fosse venuta l’idea, forse perché nel mio paese aveva da poco aperto una palestra dove le discipline da combattimento la fanno da padrone, ma sta di fatto che, non essendone appassionata, ben presto la storia scivolò nel dimenticatoio. Ad oggi ne sopravvivono solo alcuni frammenti nelle note del mio smartphone, dall’eloquente titolo Due Cuori e Un Ring (vi suona familiare?); si trattava del più classico dei romance New Adult, con la protagonista, l’americana Melissa (immagino che anche il nome e la nazionalità non vi risultino del tutto nuovi…), che partiva alla volta di Osaka per seguire il prestigioso torneo di kickboxing K1 e aveva un incontro-scontro con un atleta corrispondente allo stereotipo del bel tenebroso (proprio come qualcun altro di vostra conoscenza, no?)
Come per molte altre persone, il mio primo incontro con il drifting (quello con le auto vere) fu nel tardo 2010 grazie al manga e anime Initial D, con quelle auto dal design curatissimo (tenete conto che l’anime risale al 1998) e quella leggendaria colonna sonora afferente al genere Eurobeat (vi dicono niente Space Boy, Running in the 90s, Deja Vu, No One Sleep in Tokyo, Night of Fire e Chemical Love?) Il capolavoro di Shuichi Shigeno mi tenne compagnia per tutta la terza media, trascorsi serate memorabili in compagnia di Takumi, Itsuki, i fratelli Ryosuke e Keisuke Takahashi, Iketani, Mako, Sayuki e più ne ha più ne metta.
Nell’estate dello scorso anno, girovagando per il web, scoprii per caso dell’esistenza di una versione “in miniatura” del drifting, ancora poco conosciuta in Italia, e fu così che mi venne l’intuizione del secolo: scriverò un romance a base di RC Drift! Mi ricordai di quel vecchio progetto abbandonato nei meandri del mio telefono, e in breve tempo Due Cuori e Un Ring divenne Due Cuori in Drift. Ai guantoni sostituii il radiocomando, ai colpi di arti marziali sostituii le sgommate e le derapate dei modellini. Come già riportato, si tratta ad oggi dell’unica opera di finzione su questa tematica, e ciò mi ha portata a mettermi in contatto, tramite Instagram, con alcune persone che lo praticano anche a livello agonistico girando l’Italia e l’Europa per le gare. Alcuni di loro hanno acquistato e letto la storia d’amore tra Melissa e Hayden, e il riscontro è stato positivo.
Il dubbio più grande che avevo era sul target di riferimento: gli appassionati di RC Drift italiani sono quasi tutti uomini e pertanto, in linea generale, poco interessati alla narrativa rosa; mutatis mutandis, le donne che leggono romance tendenzialmente non si interessano a questi campi, o non li conoscono proprio. Ebbene, finora Due Cuori in Drift è stato letto e recensito per la maggior parte da uomini (gli RC Drifters citati poco sopra) e ciò ha ribaltato del tutto le mie aspettative!
Sinceramente sono più che soddisfatta di essere riuscita a creare un’opera di narrativa partendo da un’attività così poco conosciuta, posso dire di essere stata “esploratrice” e “pioniera”, mossa da una curiosità e da una voglia di “rompere le convenzioni” che ogni autore dovrebbe avere!
Voi avete letto Due Cuori in Drift? Vi piacerebbe leggere altri romanzi su questo tema?
In questi giorni è arrivata l’ufficialità: il 5 novembre uscirà nelle sale italiane Se Domani Non Torno, ispirato al femminicidio di Giulia Cecchettin e ripreso dal libro Cara Giulia, scritto dal padre Gino. Non è mia intenzione parlare del suddetto caso di cronaca, quanto accaduto è ormai noto a tutti, bensì soffermarmi su alcuni aspetti.
La notizia è stata accolta, come spesso accade, con reazioni di vario genere. Qualcuno dice che, se si realizza un film sul caso Cecchettin, allora per coerenza e par condicio bisognerebbe portare sul grande schermo anche altri femminicidi, come quello di Giulia Tramontano, Sara Campanella o Saman Abbas, così come altri casi di cronaca nera come quello di Pamela Mastropietro, Chiara Poggi, Meredith Kercher, Serena Mollicone, Samuele Lorenzi (Cogne) e il piccolo Tommaso Onofri.
Lo dico subito, senza troppi giri di parole: ritengo che sia impossibile realizzare opere di fantasia, siano esse filmiche o letterarie, su ogni singolo caso di cronaca nera che giunge a noi. Il primo rischio è quello di una saturazione del genere e di una svalutazione di queste vicende, che verrebbero progressivamente considerate solo come materiale per nuove narrazioni e non come tragedie umane, dietro ciascuna delle quali c’è una famiglia che soffre e che vive un dolore incancellabile. Il secondo rischio è che questi film o romanzi possano diventare “fini a sé stessi”, scadendo nell’eccessiva morbosità o addirittura voyeurismo e non trasmettendo alcun messaggio costruttivo. Ricordo ancora le polemiche sulla fiction di Canale 5 Il Capo dei Capi, accusata di “romanticizzare” la figura di Totò Riina, o quelle sulla serie di Disney+ Avetrana-Qui non è Hollywood, ispirata al delitto di Sarah Scazzi, che portò il sindaco della cittadina pugliese a chiedere di togliere il nome del luogo dal titolo.
È proprio qui che volevo arrivare: un’opera di finzione basata su un caso di cronaca può essere utile se può servire a sensibilizzare su una problematica importante, come il femminicidio in Se Domani Non Torno, o il bullismo in Il Ragazzo con i Pantaloni Rosa, storia di Andrea Spezzacatena, il 15enne suicidatosi nel 2012 dopo essere stato vittima delle cattiverie dei compagni di classe. In altri casi invece il protagonista del fatto è il punto di partenza per trattare un tema particolare ad esso collegato. Penso a Yara di Marco Tullio Giordana, che invece di raccontare la quotidianità della tredicenne brembatese racconta la particolare indagine basata sull’analisi di campioni di DNA, a tutt’oggi un unicum nella storia investigativa. Bella Addormentata di Marco Bellocchio non mostra Eluana Englaro in stato vegetativo, ma racconta le vicende di alcuni personaggi di finzione nei giorni in cui il dibattito sul fine vita era alle stelle. Alfredino-Una Storia Italiana, serie realizzata con la collaborazione della famiglia Rampi, non mostra il bambino laziale intrappolato nel pozzo artesiano, ma prende spunto dal tragico incidente di Vermicino per raccontare la nascita della Protezione Civile, voluta da Sandro Pertini nei mesi immediatamente successivi alla vicenda.
Riguardo le vicende con protagonisti bambini è importante fare una precisazione: nel cinema italiano vige una regola deontologica non scritta per cui è considerato inopportuno mostrare omicidi, rapimenti e altri reati compiuti contro di loro, proprio per una questione di tutela della loro immagine e della sensibilità del pubblico. È questa la ragione per cui si è sempre evitato di realizzare film o serie televisive ispirati al caso di Cogne o del “piccolo Tommy”, optando sempre per opere di taglio documentaristico e non di narrativa “romanzata”.
Particolarmente interessante è il caso di L’Inferno Avrà I Tuoi Occhi, romanzo d’esordio della chiavennasca Silvia Montemurro, classe 1987 e quindi tredicenne all’epoca dell’omicidio di Suor Maria Laura Mainetti. Non si tratta di un romanzo giallo nel senso classico del termine, essendo l’esito della vicenda già noto a tutti, bensì un romanzo semi-autobiografico basato sui ricordi e sul vissuto dell’autrice. I nomi dei protagonisti sono stati tutti modificati, per non dire addirittura cambiati: Suor Maria Laura diventa Suor Maria Pia, le tre colpevoli, Ambra, Veronica e Milena, diventano Elena, Vanessa e Samantha. Oggi il nome di Suor Mainetti non appartiene più alla narrazione della cronaca nera, ma a quella della Chiesa: nel 2021, ventun anni dopo l’omicidio, Papa Francesco l’ha proclamata beata.
In un particolare caso si è scelto di non distribuire il film nei cinema ma di riservarlo al circuito dell’home video e dello streaming sul web: si tratta di Cercando Maria, film del 2012 ispirato alla vicenda della bambina bielorussa contesa tra la famiglia di Cogoleto che ogni estate la ospitava e che desiderava adottarla e il suo Paese d’origine, accaduta nell’autunno 2006. Non si tratta di un caso di “cronaca nera” nel senso più comune del termine, ma si tratta pur sempre di una vicenda riguardante una persona all’epoca dei fatti minorenne che aveva portato a una crisi diplomatica tra due nazioni, qualcosa di delicato da trattare quindi con un certo tatto e non da “dare in pasto” al pubblico generalista, la cui reazione sarebbe potuta essere imprevedibile. Ad oggi, Cercando Maria rimane introvabile, anzi, può essere considerato un film perduto.
Una vicenda per cui a quella cinematografica o romanzesca si è preferita la strada del progetto educativo è quella di Kristel Marcarini, la 19enne di Clusone, giovane promessa dello sci italiano, morta nel 2008 per aver assunto mezza pasticca di ecstasy durante una serata in discoteca. Il giornalista Luca Pagliari, già autore del libro Kristel-Il Silenzio Dopo La Neve, in collaborazione con la famiglia della ragazza e il Rotary Club ha ideato un progetto teatrale e multimediale che gira per le scuole e le biblioteche d’Italia. Alle scenografie tipiche della fiction si sostituiscono immagini della vera cameretta di Kristel, al posto della recitazione attoriale si è scelto di mostrare interviste agli amici della giovane e la ricostruzione delle sue ultime parole. In questo modo i giovani spettatori non vedono una “storia”, ma un fatto realmente accaduto a una loro coetanea, qualcosa che potrebbe riguardare anche loro.
Sì, perché non si sta parlando di vicende accadute in tempo di guerra o in altre epoche storiche, che attivano in noi una distanza di sicurezza emotiva che ci porta a percepirle come parte di un mondo “altro”, distante dalla nostra realtà. Questi casi di cronaca avvengono in scenari non dissimili da quelli in cui svolgiamo le nostre mansioni quotidiane: scuole di provincia, villette a schiera, passeggiate nel parco, chat su WhatsApp. I protagonisti vestono come noi, seguono i nostri stessi programmi televisivi, usano i nostri stessi social. Non sono “personaggi”, ma persone tanto quanto “noi”. Qui ci si ricollega al rischio di saturazione del genere citato in precedenza, che potrebbe portare a “normalizzare” dinamiche criminali o tossiche, facendo credere che siano parte della normale vita quotidiana e non devianze assolutamente intollerabili.
Il cinema e la letteratura hanno un potere immenso, e la rappresentazione di casi di cronaca nera deve essere realizzata con delicatezza, senza indugiare su particolari troppo macabri e tenendo conto della sensibilità della famiglia di chi ne è stato vittima. Prendere spunto da una vicenda per trasmettere messaggi di carattere sociale è legittimo, spettacolarizzare il dolore no.
È un argomento che mi sta particolarmente a cuore e su cui sapevo che, prima o poi, avrei composto un articolo. Per parlare di ciò, però, è necessario che rispolveri parte della mia vita personale.
All’età di soli due anni e mezzo ho imparato a leggere in maniera del tutto spontanea, senza che nessuno mi insegnasse a farlo. Ancora oggi non è ben chiaro come sia potuto accadere, qualcuno potrebbe pensare a un evento paranormale, qualcuno a una forma di talento autistico, qualcun altro a qualcosa di analogo all’orecchio assoluto in ambito musicale. Sta di fatto che ho sviluppato questa precoce abilità, e attualmente non mi interessa più sapere come sia successo.
Durante le mie prime fasi dello sviluppo cognitivo, per citare il noto psicologo svizzero Jean Piaget, che nei miei anni liceali fu parte dei miei studi di psicologia e pedagogia, ho avuto la fortuna di assorbire molti stimoli attraverso diversi canali: non solo opere di fantasia quali storie, film o cartoni animati, ma anche racconti del vissuto personale dei miei genitori e nonni. Questo mi ha portata a sviluppare un’intensa attività del pensiero immaginifico. Siccome mi è sempre piaciuto riflettere sulle etimologie delle parole e sui loro significati, vorrei soffermarmi su quest’ultima parola: la definizione data dall’autorevole Enciclopedia Treccani è quella di qualcosa o qualcuno dotato di una forte immaginazione creativa, capace di creare o evocare immagini vivide.
Data la mia età infantile, le prime storie da me create erano molto semplici, avevano come protagonisti i miei pupazzi o gli animaletti di plastica, che non erano più semplici giocattoli ma veri e propri personaggi dotati di vita autonoma, con i loro gusti e interessi, le loro paure, non dissimili dagli animali antropomorfi dei cartoni animati Disney e Looney Tunes. Non essendo ancora in grado di mettere frasi e parole nero su bianco, ahimè, di queste storie non rimane traccia alcuna, sono andate perdute come Bing Bong, l’amico immaginario di Riley nel film Disney Pixar Inside Out.
Arrivò il settembre del 2003, e con esso il momento di scambiare il grembiulino a quadretti rosa della scuola materna con quello bianco della scuola primaria. Varcando per la prima volta il portone dell’istituto del mio paese di residenza, ero emozionata all’idea di poter finalmente scrivere e, di conseguenza, poter fermare per sempre quello che la mia mente creava, e perché no tramandarlo ai posteri. Iniziò una lunga serie di temi, racconti, testi di vario genere, alcuni scritti tra le mura scolastiche, alcuni scritti per compito, seduta al tavolo della cucina che per lunghi anni mi avrebbe vista studiare tutto lo scibile scolastico, altri ancora scritti per conto mio, come attività ricreativa.
E il pensiero immaginifico magistralmente descritto dalla Treccani continuava a galoppare come un cavallo delle praterie, a volare sempre più lontano, “verso l’infinito e oltre” come Buzz Lightyear. Ora i personaggi non erano più i miei compagni di gioco di pezza o di plastica, ma nascevano direttamente dalla mia mente, anche se a volte erano basati su modelli di riferimento reali. Ma su questo ci tornerò più avanti, ci sono parecchie cose da dire.
Chi di noi, alle elementari, non ha mai scritto i classici temi del tipo “Descrivi la tua famiglia” o “Racconta come hai trascorso il fine settimana/le vacanze estive/di Natale/Pasqua/Hanukkah/Eid/Kwanzaa/Diwali/Nowruz“? La piccola scuola elementare dove la vostra cara Vittoria ha trascorso parte dei suoi anni formativi non faceva di certo eccezione, e il quaderno d’italiano dalla copertina color British green (un controsenso, lo so) era un tripudio di vicende di vita personale. Vita personale, certo, ma anche con un tocco personale. Già, perché io fin da bambina ho sempre amato molto cani e gatti, ma ero ben conscia di quanto fossero fuori dalla mia portata, vivendo in un appartamento privo di giardino e in una zona piuttosto trafficata. Per sopperire alla mancanza di questi affascinanti pelosi, i miei componimenti scolastici presto si trasformarono in un bestiario, iniziarono a fare capolino svariati esemplari di canis lupus familiaris e felis silvestris catus, di varie razze e colori, ognuno dei quali era stato da me adottato o salvato in maniera più o meno rocambolesca. L’occhio vigile della maestra si accorse del passaggio di queste zampette canine e feline tra le righe dei miei quaderni, e ben presto domandò a mia madre se tutte quelle presenze nella nostra famiglia corrispondessero a realtà. Mia madre cercò di “salvarsi” dicendo che mi riferivo ai cani e alla gatta che all’epoca avevano i miei nonni paterni. Intorno alla quarta elementare, però, abbandonai questa pratica, forse perché nella mia mente iniziavano a concretizzarsi i timori che qualcuno, non conoscendo il mio mondo interiore, potesse interpretarla male e farsi un’idea di me come di una persona non in grado di distinguere fantasia e realtà. A pensarci ora, finché si tratta della fantasia di un bambino delle elementari il danno è minimo. In caso di ragazzi più grandi, che frequentano le scuole medie, per non dire le superiori, i campanelli d’allarme possono essere più gravi: il ragazzo potrebbe provare un senso di disagio nel “mondo reale” per via di bullismo o peggio ancora di abusi, ragioni che potrebbero portarlo a rifugiarsi in un “mondo immaginario” per sfuggire alla realtà che lo opprime. In quei casi, è importante intervenire, preferibilmente con l’ausilio di uno specialista.
Quei cani e gatti erano però solo la punta di un iceberg molto più vasto. Infatti nella mia mente stava prendendo forma un mondo molto più elaborato, arricchito di nozioni storiche provenienti dalla Biblioteca Storica che in quegli anni usciva allegata al noto quotidiano Il Giornale e di cui i miei nonni stavano collezionando i volumi, tuttora presenti nella loro casa. Quei libri dalla copertina blu erano per me fonte inesauribile di scoperte, fu da lì che approfondii le mie conoscenze sulla Russia imperiale e sulla Serbia monarchica, che anni dopo mi sarebbero tornate utili per la stesura dei miei romanzi storici.
La piccola protagonista di quello che stava nascendo nella mia mente era Willina, una bambina intelligente e curiosa, dai lunghi capelli biondi e dai grandi occhi che osservavano tutto con sorpresa e stupore, sullo sfondo della coloratissima New York degli anni ’50; la scelta dell’ambientazione era forse stata influenzata dal noto telefilm Happy Days, del quale avevo all’epoca visto qualche puntata. Le vicende della famiglia della piccola Willina erano ispirate alle mie, ma su una scala molto più “globale”: i suoi zii e suo cugino vivevano a Rio de Janeiro, la cidade maravilhosa di cui avevo letto nei libri illustrati, e non a Caserta come i loro omologhi nella vita reale, mentre la sua prozia, a differenza della zia di mia madre che vive a Fiuggi, qui era sposata con un cuoco di sushi giapponese e viveva a Yokohama, città portuale giapponese che fa da sfondo anche allo splendido manga “Glass no Kamen” di Suzue Miuchi, da cui è stato tratto l’anime conosciuto in Italia come “Il Grande Sogno di Maya“.
Ma il bello deve ancora venire: in questo universo, non erano “presenti” solo i miei familiari, ma anche, udite udite, alcuni bambini che conoscevo! Sì, avete capito bene, alcuni amichetti di Willina erano ispirati a personcine che facevano parte della mia quotidianità! Il nonno di uno di loro, durante la sua gioventù, aveva lavorato presso la corte di Re Pietro I Karadordevic, ultimo Re della Serbia pre-jugoslava, dove aveva conosciuto sua moglie, una cameriera del palazzo che pur di partecipare a un ballo insieme a lui si era cucita un vestito utilizzando una tenda (e qui devo ringraziare mia nonna per avermi raccontato la storia di Via col Vento). Questi due signori erano i nonni del bambino per cui Willina aveva una cotta, a sua volta ispirato a colui per cui provavo quei sentimenti nella vita reale! E anche il vicino di casa di questo bambino non era da meno, nella mia immaginazione sua nonna era una contessa russa che aveva vissuto nella San Pietroburgo pre-rivoluzionaria, tra palazzi, carrozze e Uova Fabergé (la mia maestra di italiano delle elementari aveva fatto la crociera del Mar Baltico, visitando anche la città degli Zar, e in occasione della Pasqua avevamo parlato della nascita delle Uova di Pasqua facendo riferimento anche alle note opere di gioielleria volute dalla famiglia imperiale russa), senza dimenticare un bellissimo fratello maggiore che faceva parte del Reggimento di Pavlovsk 😍 La contessa, inoltre, studiava presso il famoso Istituto Smolny, fondato da Caterina la Grande e attivo fino al 1917, e fu anche una delle prime nobili fanciulle europee a praticare la ginnastica artistica a livello agonistico. E non mancavano riferimenti ancora più esotici: un altro nonno, il cui nipote era un ragazzino un po’ più grande di me, aveva lavorato presso lo Scià di Persia, nel mitico Palazzo del Golestan di Tehran. Tuttavia, le storie non erano sempre così scintillanti: un altro piccolo personaggio, ispirato a un altro bambino per cui avevo una cotta, era di origini ebree, e i suoi genitori erano fuggiti dal Ghetto di Varsavia. Negli anni in cui andavo alle elementari si iniziava a osservare la Giornata della Memoria, e riuscii a fare mio il monito a non dimenticare mai gli orrori del passato, un proposito di cui ho fatto menzione anche nei precedenti articoli.
Non parlai mai a nessuno di queste mie fantasie “storico-geografiche”, preferii tenerle per me. Anche in questo caso avevo paura che qualcuno potesse pensare che io non fossi in grado di distinguere immaginazione e realtà, o interpretare le mie storie come “prese in giro”, per non dire “atti di bullismo” nei confronti di quelle persone. Io ero consapevole che tutto questo non era che il prodotto della mia immaginazione, distinguevo il piano della fantasia da quello della realtà, e la la mia buona fede era assoluta, non mi sarei mai permessa di nuocere a qualcuno, per me era divertimento, un’attività ricreativa, esattamente come giocare con i peluche o disegnare. Un conto è inventare storie su famiglie reali e contesse, un conto è prendere di mira una persona per il suo aspetto fisico o per i suoi gusti fino ad escluderla dal proprio gruppo. La fantasia crea mondi, offre nuove possibilità, esprime desideri e arricchisce senza togliere nulla. Il bullismo inventa falsità per isolare, ridicolizzare, creare dinamiche di potere, ferire deliberatamente qualcuno.
Ho scoperto di non essere stata l’unica ad avere questa forma di creatività mentale. Tra le pagine di un noto forum online, ho letto le parole di un’utente che quando era bambina aveva detto per gioco di vivere a Parigi. Anche lei, proprio come me, ora da adulta scrive romanzi brevi. Chiunque tu sia, se mai leggerai queste parole, sappi che non sei sola, anche se non ti conosco ti sostengo. Se fossi un’insegnante o un’educatrice cercherei di valorizzare il più possibile la creatività di questi bambini, la loro voglia di esplorare il mondo uscendo dai rigidi canoni dei testi scolastici, e perché no usare le loro creazioni come spunto per le lezioni di alcune materie, ovviamente nei casi in cui ciò è possibile, come appunto la storia o la geografia.
Molti genitori e insegnanti purtroppo non riescono a capire cosa ci sia davvero nella mente dei bambini, e si allarmano per cose che gravi non sono e preoccupanti non dovrebbero essere. Se un bambino scrive “ho un cane” quando nella realtà non lo possiede, o “vivo a Parigi” quando nella realtà vive in un piccolo paese di provincia, non dobbiamo vedere una “bugia”, ma un desiderio, una proiezione. Non dobbiamo preoccuparci di cosa potrebbero dire gli altri o di come potrebbe apparire il bambino ai loro occhi, ma chiederci il perché di queste parole, cosa si nasconde dietro di esse. Il bambino potrebbe vivere una vita grigia e monotona e cercare di arricchirla. In questo modo non toglie nulla a nessuno e non ferisce nessuno. Quello che è più importante, nella mia modesta opinione, è insegnare a distinguere tra il vero e il falso, il che nella vita può essere utile a tutti i livelli, e soprattutto insegnare il rispetto per l’unicità e per la vita altrui, che dovrebbe essere alla base di ogni buon cittadino d’Italia, d’Europa, del mondo.
Uno degli stereotipi, o forse dovrei definirli pregiudizi, più comuni nei confronti di chi si dedica alla scrittura o altre attività creative, tra cui la composizione musicale, la pittura o il disegno, è “quelle persone vivono in un mondo immaginario tutto loro“. Niente di più sbagliato: in ogni opera di fantasia c’è sempre un riferimento o un’allusione, se pur velata, alla realtà che ci circonda. Dante Alighieri non avrebbe mai scritto la Divina Commedia se non avesse avuto un’approfondita conoscenza ed esperienza della situazione socio-politica del periodo, così come (e qui da brava laghée gioco in casa) I Promessi Sposi di Alessandro “Don Lisander” Manzoni non avrebbero mai visto la luce se non fosse stato per le idee che l’autore si proponeva di trasmettere.
Ed è quello che mi propongo anche io ogni volta che mi appresto a iniziare una nuova avventura scrittoria. La prima domanda che mette in moto le mie celluline grigie, per citare Hercule Poirot, è: cosa voglio comunicare? Che temi voglio rivestire del manto delle parole?
Le vicende di Elisa, Sasha, Elena, Juliana, Aleksa, Marin, Annalisa, Alen, Senad, Melissa, Hayden, Federika, Zoran, Larissa, Ante e tutti gli altri personaggi che incrociano il loro cammino non sono soltanto “romanzi”, sono storie di vita, che potrebbero accadere o essere accadute per davvero. Non si tratta di semplici storie d’amore o di famiglia, si propongono, anche implicitamente, di far conoscere delle realtà che altrimenti vedremmo di sfuggita nelle inquadrature dei servizi del telegiornale o tra i termini tecnici e burocratici del giornalismo.
L’esempio più significativo è Ti Salveremo: una madre e una figlia partono alla volta di un Paese in guerra per ricongiungersi al loro marito e padre, incontrando tante persone che, pur trovandosi in una drammatica situazione di precarietà, non si sottraggono a dare una mano a chi viene da lontano portando sulle spalle un fardello così pesante. Tanto si è detto e scritto sulla guerra in Ucraina negli ultimi anni. Abbiamo visto i video dei bombardamenti russi, le immagini degli edifici in macerie, le folle di profughi alle porte dell’Unione Europea, abbiamo letto storie e testimonianze di chi sta vivendo questa tragedia umana e di chi cerca di dare una mano. Mancava, però, un punto di vista russo sulla vicenda. Ci tengo a precisare che Ti Salveremo non ha intenti geopolitici, non è un romanzo “sulla guerra”, dato che concretamente non racconta quasi nulla sulle cause del conflitto; Putin non viene mai nominato, viene definito solo “Presidente”, mentre Zelensky viene descritto solo esteriormente, compare solo sulle gigantografie che le due protagoniste vedono nel centro di Kiev. Ecco, definirei quest’opera come un romanzo umanitario, un dramma familiare sullo sfondo di eventi della Storia contemporanea.
Nel post di ieri affermavo che La Lingua Ritrovata sia un romanzo “incatalogabile”, forse afferente al filone del romanzo di formazione e di viaggio. Ebbene, mi è venuto in mente un altro possibile inquadramento per la storia di Annalisa e delle sue lezioni di lingua croata con Danijela: romanzo europeista. Annalisa è italiana, ma la Croazia diventa parte della sua vita, prima con lo studio della lingua, poi con il viaggio “sul campo” alla scoperta delle radici della sua “Obi Wan Kenobi”, e infine trovando l’amore di Alen, che diventerà suo marito e padre del figlio che nel sequel, Una Voce nel Buio, adotteranno. Il figlio della coppia, Senad, è bosniaco; la Bosnia ancora non appartiene all’Unione Europea, ma la giovane età del bambino potrebbe rappresentare un’anticipazione di questo futuro ingresso. Annalisa e Alen non sono religiosi, si sono sposati con rito civile, ma ciò non impedisce loro di rivolgersi ad un’organizzazione di ispirazione medjugorjana, entrando in ottimi rapporti con Padre Marko e Suor Agnese, che raccontano loro la storia di Senad, il bambino scartato da tante famiglie in quanto di sangue musulmano. Loro non lo accolgono per “fare i buoni”, ma per amore puro e disinteressato; grazie a loro, Senad troverà la sua strada nella vita, nella scuola e nello sport del karting. E, proprio come avviene per Elisa nell’arco dell’eponimo Il Filo di Elisa e Ti Salveremo, possiamo vedere questa protagonista femminile (il cui nome ha una certa assonanza con l’eroina del mio primo romanzo, della quale rappresenta una versione “moderna” e più “matura”) nelle vesti di giovane studentessa curiosa, amante delle lingue e dei viaggi, successivamente di fidanzata innamorata e fedele che coronerà il suo sogno d’amore grazie al matrimonio, e infine di premurosa madre di famiglia che concilia carriera e vita privata. Una scena emblematica a questo proposito compare in Una Voce nel Buio: Annalisa e Alen a Medjugorje alloggiano nella stessa pensione dove lei aveva alloggiato durante il viaggio compiuto da adolescente insieme ai genitori; dormendo nella stessa stanza in cui aveva dormito anni prima, lei pensa: “ho dormito in questa stanza da figlia, e ora da moglie che sta per diventare madre“. Interessante anche notare come il percorso di Annalisa e quello della sua mentore Danijela siano “complementari”: Annalisa sposa il croato Alen e si trasferisce in Croazia, Danijela vive in Italia perché è sposata con un uomo italiano. Non è forse questo lo spirito dell’Unione Europea?
Un altro romanzo eponimo, Larissa, dà voce a una dei “bambini di Chernobyl” che per molte estati hanno portato un pizzico di Bielorussia (e, in alcuni casi, di Ucraina) nelle case di molte generose famiglie italiane. Con la sua voce innocente e spontanea, la piccola Larissa ci ricorda quanto sia importante ascoltare il cuore di chi sopra ogni altra cosa desidera una casa, una famiglia, il bacio della buonanotte di una madre. I genitori affidatari, Alessandra e Nathan, non si scoraggiano davanti alle difficoltà che la burocrazia dell’adozione comporta, e nel momento in cui tutto sembra perduto per colpa di qualcosa di molto più grande e incomprensibile formano un comitato, scendendo in piazza e sfilando per le vie di Bergamo per far sentire ai “potenti” la loro voce.
La vita in orfanotrofio e l’attesa di una famiglia ricorrono anche nelle vicende dei Gigli di Sarajevo. Ante, il protagonista, aspetta il ritorno di sua madre, ingiustamente incarcerata all’Aja, accusata di orrendi crimini con i quali in realtà non aveva nulla a che fare. La Storia contemporanea sembra averli divisi ma, grazie alla tenacia di Dario, già membro degli ultras della Dinamo Zagabria, i Bad Blue Boys, ed ex commilitone del padre del bambino, madre e figlio riescono a riabbracciarsi e ricominciare una nuova vita lontana dai fantasmi del passato. Ante, anche una volta adulto, rimane in contatto con coloro che erano stati i suoi compagni d’istituto, e insieme cercano di tenere viva la memoria di quanto accaduto nella loro città, anche se erano troppo piccoli per ricordarsene, per fare in modo che ciò non accada mai più. Ed è anche questa per me una delle azioni più potenti che possiamo compiere raccontando queste storie: ricordare, non dimenticare, per non sbagliare mai più.
Ma anche un romanzo apparentemente più leggero e spensierato come Due Cuori in Drift tratta tematiche come il superamento delle apparenze o le aspettative dei genitori nei confronti dei figli. Melissa e Hayden sono completamente diversi, sembrano non avere nulla in comune: lei è una ragazza intellettuale, acqua e sapone, amante della lettura e dei documentari, Hayden è un ragazzo sbruffone, dai modi forse “poco ortodossi”, e questo li porta ad avere dei memorabili battibecchi agli albori della loro conoscenza. Tuttavia lui nasconde qualcosa: la sua famiglia considera l’RC Drift come qualcosa di infantile e poco appropriato per un giovanotto dell’alta società, a differenza del fratello minore Brandon che ha una carriera nel football australiano, da loro considerato uno sport degno di questo nome, e preferirebbero che il primogenito lavorasse nell’azienda di famiglia. Quante situazioni del genere abbiamo visto nella cronaca, tra i personaggi famosi (parlando di motori penso a Niki Lauda, rampollo di una famiglia di banchieri, il cui padre gli ripeteva che un membro della famiglia Lauda “dovrebbe comparire nelle pagine economiche dei giornali, non in quelle sportive“, o a Nelson Piquet, figlio di un importante politico brasiliano, che nei primi anni di carriera correva con lo pseudonimo Piket per non essere riconosciuto), o più semplicemente tra le persone che incontriamo ogni giorno? Tuttavia, quando il piccolo Kevin, figlio di un dipendente della loro azienda, ha bisogno di soldi per affrontare un’operazione chirurgica, i genitori del giovane RC drifter toccano con mano il calore e la solidarietà che quel mondo ha saputo esprimere e si riconciliano con il figlio, accettando anche la sua relazione sentimentale con Melissa (in precedenza non vedevano di buon occhio la ragazza in quanto americana e di ceto medio).
Per rispondere alla domanda nel titolo, posso dire che sì, la scrittura è una forma di impegno civico se usata per dare voce a categorie marginalizzate o poco considerate nella narrazione mainstream, denunciare ingiustizie, tramandare la memoria storica, anche e soprattutto di fatti poco noti ai più o poco citati dai libri di testo scolastici, e stimolare la riflessione critica ampliando i propri punti di vista.
E voi, leggendo i miei romanzi, avete formulato qualche particolare riflessione su qualche tematica da me non citata nell’articolo?
by vittoriasilveautrice | Commenti disabilitati su SCRITTURA: PUÒ ESSERE UNA FORMA DI IMPEGNO CIVICO?Riflessioni
Ripropongo una mia riflessione scritta a settembre 2024, pubblicata sul mio profilo LinkedIn e su vari forum di settore.
La domanda riecheggia nella mia mente sin da quando ho iniziato la mia avventura di autrice indipendente; come ben sa chi mi conosce, da anni coltivo una grande passione per il mondo al di là di quella che negli scorsi decenni era definita “cortina di ferro”. Se la situazione politica a partire dal 1989 è cambiata, di certo non si può dire lo stesso riguardo a ciò che sappiamo davvero su quei Paesi, attorno ai quali c’è ancora poco interesse a livello culturale, con rare eccezioni turistiche legate a città come Praga o Budapest e alle località balneari croate, da anni mete gettonate e consolidate. Lo scarso interesse da parte dei più per questi Paesi si riflette anche sull’offerta letteraria. Non mi riferisco ad autori con quelle origini, bensì ai romanzi scritti da autori “occidentali”: ben pochi hanno la loro ambientazione a quelle latitudini o hanno come protagonisti persone appartenenti a quei popoli. Prendo come esempio i romanzi storici, uno dei miei generi preferiti sia come lettrice sia come autrice: la maggior parte di essi si svolge sullo sfondo di eventi o periodi “mainstream”, trattati “in tutte le salse” sia a livello scolastico-accademico sia a livello d’intrattenimento (cinema, TV, letteratura), quali la Rivoluzione Francese, l’Inghilterra Vittoriana o la Shoah. La storia dei Paesi slavi e più in generale dell’Europa dell’Est non viene trattata allo stesso modo al di fuori del proprio contesto, il che è anche comprensibile, dato che ogni popolo nella formazione dei propri cittadini dà priorità al passato della propria Patria, da cui deriva il presente. Se la domanda è minore, conseguentemente vi è minore offerta. Facendo un esempio concreto, sullo scaffale di una libreria vi è più probabilità di trovare un romanzo che ha ad argomento la storia di un prigioniero di Auschwitz che non quella di un prigioniero di Jasenovac. Anche sul fronte di generi più “di consumo” come il romanzo rosa vi è una penuria di personaggi venuti dall’Est: le protagoniste dei romanzi Harmony si ritrovano legate sentimentalmente ai soliti Mark, John o Jack, finora non ho mai avuto notizia di una di loro che abbia capitolato per Ivan, Miloš, Sasha o Dejan. (Un momento… ma questi ultimi due sono già sposati con Elisa e Claudia, e hanno avuto pure dei figli!) Una piacevole eccezione nel genere è rappresentata da Danielle Steel, la più prolifica autrice del mondo: i suoi splendidi Zoya e La Ballerina dello Zar raccontano vicende sullo sfondo della Rivoluzione Russa, ma le vicende storiche russe sono ben più note rispetto a quelle di altri Paesi come Polonia, Romania, Serbia o Croazia, per cui tali romanzi “non fanno testo”. E la ex Jugoslavia, la “protagonista invisibile” di Una Creola a Corte? Come già vi ho detto più volte, ho scelto di ambientare il mio primo romanzo storico in quella terra per “riempire un vuoto”, in quanto gli unici romanzi ambientati da quelle parti che mi siano capitati sott’occhio e mano avevano ad argomento la guerra degli anni ’90, quindi una Jugoslavia che stava “cadendo a pezzi”, o forse che già non esisteva più; è stato per me un modo per “riportare in vita” qualcosa che non è più di questa Terra e che mai più rivedremo. In definitiva, il motivo per cui i Paesi dell’Est Europa e i loro abitanti hanno così poco spazio nella narrativa è, secondo la mia opinione, una questione di “poca familiarità” del lettore medio con queste culture; un occidentale si potrebbe sentire più a suo agio leggendo un romanzo ambientato a Roma, Parigi, Londra o New York piuttosto che a Mosca, Kiev o Belgrado, ha più possibilità di identificarsi nelle vicende di un italiano, francese, inglese o americano piuttosto che in quelle di un russo, ucraino o (ex) jugoslavo. Spero che i miei romanzi possano abbattere delle barriere ed avvicinare senza pregiudizi sempre più persone a quella parte di mondo che tanto mi appassiona. E, perché no, qualcuno potrebbe sentirsene attratto e decidere di compiere un viaggio da quelle parti.