Uno degli stereotipi, o forse dovrei definirli pregiudizi, più comuni nei confronti di chi si dedica alla scrittura o altre attività creative, tra cui la composizione musicale, la pittura o il disegno, è “quelle persone vivono in un mondo immaginario tutto loro“. Niente di più sbagliato: in ogni opera di fantasia c’è sempre un riferimento o un’allusione, se pur velata, alla realtà che ci circonda. Dante Alighieri non avrebbe mai scritto la Divina Commedia se non avesse avuto un’approfondita conoscenza ed esperienza della situazione socio-politica del periodo, così come (e qui da brava laghée gioco in casa) I Promessi Sposi di Alessandro “Don Lisander” Manzoni non avrebbero mai visto la luce se non fosse stato per le idee che l’autore si proponeva di trasmettere.

Ed è quello che mi propongo anche io ogni volta che mi appresto a iniziare una nuova avventura scrittoria. La prima domanda che mette in moto le mie celluline grigie, per citare Hercule Poirot, è: cosa voglio comunicare? Che temi voglio rivestire del manto delle parole?

Le vicende di Elisa, Sasha, Elena, Juliana, Aleksa, Marin, Annalisa, Alen, Senad, Melissa, Hayden, Federika, Zoran, Larissa, Ante e tutti gli altri personaggi che incrociano il loro cammino non sono soltanto “romanzi”, sono storie di vita, che potrebbero accadere o essere accadute per davvero. Non si tratta di semplici storie d’amore o di famiglia, si propongono, anche implicitamente, di far conoscere delle realtà che altrimenti vedremmo di sfuggita nelle inquadrature dei servizi del telegiornale o tra i termini tecnici e burocratici del giornalismo.

L’esempio più significativo è Ti Salveremo: una madre e una figlia partono alla volta di un Paese in guerra per ricongiungersi al loro marito e padre, incontrando tante persone che, pur trovandosi in una drammatica situazione di precarietà, non si sottraggono a dare una mano a chi viene da lontano portando sulle spalle un fardello così pesante. Tanto si è detto e scritto sulla guerra in Ucraina negli ultimi anni. Abbiamo visto i video dei bombardamenti russi, le immagini degli edifici in macerie, le folle di profughi alle porte dell’Unione Europea, abbiamo letto storie e testimonianze di chi sta vivendo questa tragedia umana e di chi cerca di dare una mano. Mancava, però, un punto di vista russo sulla vicenda. Ci tengo a precisare che Ti Salveremo non ha intenti geopolitici, non è un romanzo “sulla guerra”, dato che concretamente non racconta quasi nulla sulle cause del conflitto; Putin non viene mai nominato, viene definito solo “Presidente”, mentre Zelensky viene descritto solo esteriormente, compare solo sulle gigantografie che le due protagoniste vedono nel centro di Kiev. Ecco, definirei quest’opera come un romanzo umanitario, un dramma familiare sullo sfondo di eventi della Storia contemporanea.

Nel post di ieri affermavo che La Lingua Ritrovata sia un romanzo “incatalogabile”, forse afferente al filone del romanzo di formazione e di viaggio. Ebbene, mi è venuto in mente un altro possibile inquadramento per la storia di Annalisa e delle sue lezioni di lingua croata con Danijela: romanzo europeista. Annalisa è italiana, ma la Croazia diventa parte della sua vita, prima con lo studio della lingua, poi con il viaggio “sul campo” alla scoperta delle radici della sua “Obi Wan Kenobi”, e infine trovando l’amore di Alen, che diventerà suo marito e padre del figlio che nel sequel, Una Voce nel Buio, adotteranno. Il figlio della coppia, Senad, è bosniaco; la Bosnia ancora non appartiene all’Unione Europea, ma la giovane età del bambino potrebbe rappresentare un’anticipazione di questo futuro ingresso. Annalisa e Alen non sono religiosi, si sono sposati con rito civile, ma ciò non impedisce loro di rivolgersi ad un’organizzazione di ispirazione medjugorjana, entrando in ottimi rapporti con Padre Marko e Suor Agnese, che raccontano loro la storia di Senad, il bambino scartato da tante famiglie in quanto di sangue musulmano. Loro non lo accolgono per “fare i buoni”, ma per amore puro e disinteressato; grazie a loro, Senad troverà la sua strada nella vita, nella scuola e nello sport del karting. E, proprio come avviene per Elisa nell’arco dell’eponimo Il Filo di Elisa e Ti Salveremo, possiamo vedere questa protagonista femminile (il cui nome ha una certa assonanza con l’eroina del mio primo romanzo, della quale rappresenta una versione “moderna” e più “matura”) nelle vesti di giovane studentessa curiosa, amante delle lingue e dei viaggi, successivamente di fidanzata innamorata e fedele che coronerà il suo sogno d’amore grazie al matrimonio, e infine di premurosa madre di famiglia che concilia carriera e vita privata. Una scena emblematica a questo proposito compare in Una Voce nel Buio: Annalisa e Alen a Medjugorje alloggiano nella stessa pensione dove lei aveva alloggiato durante il viaggio compiuto da adolescente insieme ai genitori; dormendo nella stessa stanza in cui aveva dormito anni prima, lei pensa: “ho dormito in questa stanza da figlia, e ora da moglie che sta per diventare madre“. Interessante anche notare come il percorso di Annalisa e quello della sua mentore Danijela siano “complementari”: Annalisa sposa il croato Alen e si trasferisce in Croazia, Danijela vive in Italia perché è sposata con un uomo italiano. Non è forse questo lo spirito dell’Unione Europea?

Un altro romanzo eponimo, Larissa, dà voce a una dei “bambini di Chernobyl” che per molte estati hanno portato un pizzico di Bielorussia (e, in alcuni casi, di Ucraina) nelle case di molte generose famiglie italiane. Con la sua voce innocente e spontanea, la piccola Larissa ci ricorda quanto sia importante ascoltare il cuore di chi sopra ogni altra cosa desidera una casa, una famiglia, il bacio della buonanotte di una madre. I genitori affidatari, Alessandra e Nathan, non si scoraggiano davanti alle difficoltà che la burocrazia dell’adozione comporta, e nel momento in cui tutto sembra perduto per colpa di qualcosa di molto più grande e incomprensibile formano un comitato, scendendo in piazza e sfilando per le vie di Bergamo per far sentire ai “potenti” la loro voce.

La vita in orfanotrofio e l’attesa di una famiglia ricorrono anche nelle vicende dei Gigli di Sarajevo. Ante, il protagonista, aspetta il ritorno di sua madre, ingiustamente incarcerata all’Aja, accusata di orrendi crimini con i quali in realtà non aveva nulla a che fare. La Storia contemporanea sembra averli divisi ma, grazie alla tenacia di Dario, già membro degli ultras della Dinamo Zagabria, i Bad Blue Boys, ed ex commilitone del padre del bambino, madre e figlio riescono a riabbracciarsi e ricominciare una nuova vita lontana dai fantasmi del passato. Ante, anche una volta adulto, rimane in contatto con coloro che erano stati i suoi compagni d’istituto, e insieme cercano di tenere viva la memoria di quanto accaduto nella loro città, anche se erano troppo piccoli per ricordarsene, per fare in modo che ciò non accada mai più. Ed è anche questa per me una delle azioni più potenti che possiamo compiere raccontando queste storie: ricordare, non dimenticare, per non sbagliare mai più.

Ma anche un romanzo apparentemente più leggero e spensierato come Due Cuori in Drift tratta tematiche come il superamento delle apparenze o le aspettative dei genitori nei confronti dei figli. Melissa e Hayden sono completamente diversi, sembrano non avere nulla in comune: lei è una ragazza intellettuale, acqua e sapone, amante della lettura e dei documentari, Hayden è un ragazzo sbruffone, dai modi forse “poco ortodossi”, e questo li porta ad avere dei memorabili battibecchi agli albori della loro conoscenza. Tuttavia lui nasconde qualcosa: la sua famiglia considera l’RC Drift come qualcosa di infantile e poco appropriato per un giovanotto dell’alta società, a differenza del fratello minore Brandon che ha una carriera nel football australiano, da loro considerato uno sport degno di questo nome, e preferirebbero che il primogenito lavorasse nell’azienda di famiglia. Quante situazioni del genere abbiamo visto nella cronaca, tra i personaggi famosi (parlando di motori penso a Niki Lauda, rampollo di una famiglia di banchieri, il cui padre gli ripeteva che un membro della famiglia Lauda “dovrebbe comparire nelle pagine economiche dei giornali, non in quelle sportive“, o a Nelson Piquet, figlio di un importante politico brasiliano, che nei primi anni di carriera correva con lo pseudonimo Piket per non essere riconosciuto), o più semplicemente tra le persone che incontriamo ogni giorno? Tuttavia, quando il piccolo Kevin, figlio di un dipendente della loro azienda, ha bisogno di soldi per affrontare un’operazione chirurgica, i genitori del giovane RC drifter toccano con mano il calore e la solidarietà che quel mondo ha saputo esprimere e si riconciliano con il figlio, accettando anche la sua relazione sentimentale con Melissa (in precedenza non vedevano di buon occhio la ragazza in quanto americana e di ceto medio).

Per rispondere alla domanda nel titolo, posso dire che sì, la scrittura è una forma di impegno civico se usata per dare voce a categorie marginalizzate o poco considerate nella narrazione mainstream, denunciare ingiustizie, tramandare la memoria storica, anche e soprattutto di fatti poco noti ai più o poco citati dai libri di testo scolastici, e stimolare la riflessione critica ampliando i propri punti di vista.

E voi, leggendo i miei romanzi, avete formulato qualche particolare riflessione su qualche tematica da me non citata nell’articolo?